venerdì 27 novembre 2009
È indispensabile che i magistrati «si attengano rigorosamente allo svolgimento dell'esercizio della giurisdizione». «Nessuno può abbattere un governo che ha la maggioranza». E i partiti facciano riforme equilibrate e costruttive.
  • Quattro punti per ricucire la tela strappata, di Gianfranco Marcelli 
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    Le polemiche sulla riforma della Giustizia hanno oltrepassato davvero il segno: e devono essere fermate per il bene del Paese. Con parole pacate nei toni ma molto esplicite nella sostanza, il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha detto la sua in modo inequivocabile. Dando a ciascuno il suo. Ieri al Quirinale, dopo aver ricevuto una delegazione dell’Associazione dei mutilati e invalidi del lavoro, il presidente della Repubblica ha forzato il suo personale protocollo, chiamando a sé i giornalisti presenti e chiedendo loro di registrare una sua dichiarazione: «Sento il bisogno di dire qualcosa in questo momento», ha detto, lasciando trasparire tutta la sua preoccupazione per le forti fibrillazioni all’interno del mondo politico e delle istituzioni. E così ha iniziato con una premessa generale: «L’interesse del Paese, che deve affrontare seri e complessi problemi di ordine economico e sociale, richiede che si fermi la spirale di una crescente drammatizzazione, cui si sta assistendo, delle polemiche e delle tensioni non solo tra opposte parti politiche ma tra istituzioni investite di distinte responsabilità costituzionali». E poi è andato subito al nocciolo della questione. Dopo le preoccupazioni espresse dal  premier Silvio Berlusconi, che aveva accusato parte della magistratura di voler rovesciare il suo esecutivo, Napolitano ha ribadito con forza che «nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare». Messo al riparo il governo da vere o presunte congiure dei pubblici ministeri il passo successivo di Napolitano è stato quello di invitare tutti i contendenti ad abbassare i toni della polemica e a rientrare nei ranghi: «È indispensabile – ha detto con piglio severo – che da tutte le parti venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche».Per quanto riguarda le esternazioni "politiche" dei magistrati, Napolitano ha ammonito: facciano i giudici. «Quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione –  ha detto a questo proposito – si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione». Mentre le forze politiche presenti nelle Camere, a cui è unicamente demandato il potere di modificare le leggi, cerchino di fare la loro parte per garantire una riforma equilibrata e rispettosa del dettato costituzionale: «Spetta al Parlamento –  è la conclusione del capo dello Stato –  esaminare, in un clima più costruttivo, misure di riforma volte a definire corretti equilibri tra politica e giustizia». La solennità e l’urgenza di questo nuovo, pressante appello di Napolitano è stata sottolineata e rinforzata dalle parole di presidenti di Senato e Camera. Renato Schifani ha chiosato: «Come sempre il capo dello Stato dice parole profondamente sagge. Il presidente invita ogni componente del sistema istituzionale ad assumere toni e atteggiamenti responsabili nell’esclusivo interesse della nostra serenità democratica». E ha aggiunto: «Siamo certi che questo invito non cadrà nel nulla e che la crescente drammatizzazione alla quale fa cenno il presidente avrà necessariamente termine, con risposte concrete». Schifani ha proposto , per dare «un forte segnale al Paese», la creazione «di un tavolo di riforme costituzionali attorno al quale maggioranza e opposizione possano sedersi per confrontarsi sui contenuti». Mentre Gianfranco Fini ha espresso «piena condivisione» e ha messo in guardia a non dare letture unilaterali alle parole del presidente: «È un messaggio che va letto e apprezzato nella sua totalità».
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