giovedì 15 giugno 2017
Per tredici anni, Michele Meo ha lavorato come idraulico tagliando tubi coibentati con fibrocemento e nel 2010 è morto per mesotelioma pleurico. La figlia Maria ha denunciato l'Istituto
Morto per amianto, ma l'Inail nega la rendita alla famiglia

«La morte non è riconducibile all’evento». Sette parole, in burocratese stretto, sono state sufficienti all’Inail per negare almeno la dignità di vittima del lavoro a un padre di quattro figli morto per mesotelioma pleurico provocato, secondo i medici, dalla continuata esposizione all’amianto. Per tredici anni, dal 1969 al 1982, Michele Meo, nato a Saviano (Napoli), il 22 gennaio 1952 ha lavorato come idraulico per varie ditte della zona con il compito di sagomare ed adattare i tubi coibentati con fibrocemento, una mistura di cemento e fibre di amianto con un’elevata resistenza alla trazione. Oltre vent’anni dopo, la continuata esposizione alla fibra killer gli ha procurato un mesotelioma pleurico, che gli è stato diagnosticato all’ospedale Monaldi di Napoli il 18 gennaio 2010 e che l’ha portato alla morte in cinque mesi, il 14 giugno, a soli 58 anni.

Registro mesoteliomi: «Caso certo»

Il decesso a causa del mesotelioma è stato confermato sia dall’Asl Napoli3 Sud il 29 settembre 2012, sia dal Registro mesoteliomi della Campania che, in una comunicazione del 28 ottobre 2013, scrive: «Il caso è classificato a livello diagnostico come certo e a livello di esposizione professionale ad amianto come certo». Eppure, tutto ciò non è bastato alla famiglia di Michele Meo per farsi riconoscere dall’Inail il diritto alla rendita ai superstiti. E neppure l’assegno funerario che, di solito, l’Istituto riconosce alle vittime del lavoro.

Negata la malattia professionale

«A mio padre è stato negato il riconoscimento della malattia professionale», conferma la figlia Maria Meo, che ha presentato (e perso) un ricorso all’Inail e ora è in causa contro l’Istituto presso il Tribunale di Nola. «Da febbraio 2014 si sono svolte tre udienze ed è stato nominato un consulente tecnico – spiega la giovane donna –. A novembre 2016 sono iniziate le operazioni peritali ma ad oggi non è stata trasmessa alcuna relazione».

«I lavoratori non sono tutelati»

Da quando ha perso il genitore, Maria Meo ha avuto occasione di incontrare altri orfani di amianto «e con rammarico ho constatato che il caso di mio padre non costituisce un’eccezione, ma è il modus operandi di un ente che, lontano dal tutelare gli interessi dei lavoratori assicurati, li costringe ad agire in giudizio». Sempre che abbiano «la forza e la disponibilità economica» per affrontare il processo. Che, per la morte di Michele Meo, va avanti ormai da più di tre anni e ancora non se ne vede la fine.
«Mi chiedo – conclude Maria Meo – se questi ingiusti dinieghi siano il modo corretto di amministrare denaro pubblico. Da cittadina mi auguro che l’Inail riprenda ad assolvere presto le sue funzioni. Da figlia spero si possa far luce anche sul caso di mio padre e sull’atteggiamento inquisitorio e ostruzionistico nei confronti dei lavoratori».

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