sabato 10 dicembre 2011
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È nella capitale belga per la sopravvivenza dell’euro, ma non meno cruciale è il fardello lasciato a casa. Un po’ stanco, per le poche ore di sonno alle spalle, ma sempre lucido Mario Monti si presenta ai giornalisti per uno slalom continuo fra due temi: euro e manovra. L’esito del Consiglio Ue? Sono state prese «decisioni di vasta portata, può darsi che tutto questo non basti, ma non mi sembra un vertice dei fallimenti», è la sentenza che consegna a telecamere e taccuini. Certo l’Italia, riconosce, «avrebbe preferito una modifica dei trattati fatta a 27», e questo è un non successo della linea del Professore, che si era speso giovedì sera per convincere Cameron. Ma è la Gran Bretagna, annota, che «con la sua autoesclusione adesso è meno nel cuore dell’Europa». Il dispiacere del premier si limita lì, compensato dal fatto che, stavolta, al centro del vertice non c’era il caso italiano. I compiti a casa sono stati fatti e anzi ora, avvisa, non bisogna stracciarli perché della manovra «non solo non si può toccare il saldo finale, ma anche la strutturalità di certe riforme, spesso rinviate, e la responsabilità del governo sulla distribuzione dei carichi». Carichi che, ci tiene a puntualizzare, «non sono una nostra perversione».È una risposta alle lamentele sulla scarsa equità dei provvedimenti decisi domenica. E che lo riattendono. Quando Betty Olivi, la portavoce, tenta di chiudere la conferenza stampa («Il Professore deve riposare»), lui ha uno scatto: «Riposare? Devo tornare a lavorare, a Roma». A confrontarsi con quei partiti dai quali, dice, al di là delle critiche è venuta la «simpatica confessione» che «misure così impopolari» avrebbe potuto adottarle solo chi «come noi non ha il problema delle urne». Il bilancio ottenuto a Bruxelles è tutto sommato lusinghiero. Si perde il Regno Unito, ma Monti è convinto che il suo no «non avrà conseguenze rilevanti sul mercato unico», che resta a 27. Ma si porta a casa un passaggio del comunicato che proclama «Accogliamo con favore le misure adottate dall’Italia», e Van Rompuy, il presidente del Consiglio Ue, l’ha definito «un grande sforzo». L’Italia «ha dato il suo contributo a risolvere una crisi dell’eurozona», aggiunge Monti, inoltre nel nuovo Trattato che nascerà a marzo 2012 non ci saranno «automatismi» nelle sanzioni adottate contro quei Paesi che devono ridurre il debito pubblico al 60% del Pil, pur non essendo ancora chiaro come saranno valutati quegli altri «fattori rilevanti» (come il risparmio nazionale) per cui si era battuto Berlusconi. E pur essendo scomparso nel testo finale ogni accenno alla possibilità di ricevere uno «sconto» sul deficit, in caso di avverso ciclo economico. Questo non mina la cifra caratteristica dell’intesa maturata nella notte sulla nuova governance europea, che per Monti è la «maggior credibilità dei meccanismi di rispetto» dei parametri di bilancio. In negativo, anche stavolta è stata posta poca attenzione al tema dello sviluppo. Monti si giustifica: «L’Italia è visibilmente più creduta, ma uno non può dopo tre giorni battersi per una maggior crescita».Per essere davvero credibili, insomma, la premessa è essere rigorosi. Da qui i sacrifici del decreto. «Sono consapevole che chiediamo un grosso impegno agli italiani, per questo la protesta è da mettere in conto». Tanto più che le condizioni hanno imposto tempi stretti: «Se avessi avuto 6 mesi e un sistema fiscale che funziona, sicuramente avrei fatto un intervento più presentabile». Più tardi, in un’intervista tv, dirà che per Natale agli italiani vorrebbe «regalare un momento di speranza, che duri, perché questi sacrifici, non fra secoli ma fra pochi anni, portino frutti». Quanto a lui, invece, gradirebbe ricevere «comprensione». Perché, aggiunge con un accenno indiretto alle famose lacrime del ministro Fornero, «anche senza che uno si commuova» quelli affrontati dal governo «sono temi molto vissuti». Definisce «pretestuose» le polemiche sorte sulla sua presenza in tv da Vespa. Quisquilie, in ogni caso, al cospetto delle decisioni prese a Bruxelles, fra le quali Monti sottolinea la maggior potenza data al fondo Esm e anche al Fmi, con la messa a disposizione di 200 miliardi. A contare è però soprattutto il quadro globale perché, analizza, «più i vari elementi del pacchetto saranno credibili, meno soldi saranno spesi». È l’auspicio di tutti.
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