martedì 3 aprile 2018
Medici senza frontiere: costretti a negoziare i salvataggi uno per uno. Dopo il nuovo soccorso conteso arriva la smentita di Frontex di un'area di giurisdizione di Tripoli
Un momento del soccorso in mare dell’Aquarius (Yann Levy/Sos Méditerranée)

Un momento del soccorso in mare dell’Aquarius (Yann Levy/Sos Méditerranée)

Nel giorno in cui Medici senza frontiere denuncia una nuova azione di disturbo della Guardia costiera libica nel corso di un nuovo soccorso conteso, arriva l’ennesima smentita all’esistenza di un’area di ricerca e soccorso di competenza libica, finora riconosciuta solo dall’Italia. Fabrice Legeri, capo dell’agenzia europea per le frontiere (Frontex), rispondendo a una interrogazione dell’eurodeputata Barbara Spinelli non poteva essere più chiaro: «Non do per scontata l’area Sar della Libia. C’è stata una dichiarazione unilaterale nell’estate del 2017 che ha creato una certa situazione che non sono davvero in grado di definire». Pur con toni diplomatici Legeri ha negato la sussistenza di una giurisdizione di Tripoli al di fuori delle proprie acque territoriali. «Anche se in alcuni giorni i guardacoste libici svolgono soccorsi in mare – ha dichiarato il funzionario francese nel corso di un meeting all’Europarlamento del 26 marzo –, operativamente non ci sono contatti tra Frontex e la Guardia costiera libica. Non considero la zona Sar libica qualcosa di acquisito e definitivo».

Ancora ieri la Libia non figurava nel Global Sar Plan, la mappa mondiale dei centri di ricerca e soccorso presso l’Organizzaione marittima internazionale (Imo). Nonostante questo più volte dal Coordinamento dei soccorsi di Roma hanno insistito sulle Ong perché, in acque internazionali, lasciassero intervenire i guardacoste di Tripoli. Come è accaduto ancora una volta al termine della scorsa settimana quando i militari libici hanno costretto l’ong Aquarius a negoziare, uno per uno come in terribile lotteria, la sorte di cento migranti a bordo di un gommone semiaffondato. Alla fine è stato possibile mettere al sicuro 39 persone, tra cui migranti con evidenti segni di percosse e torture subiti in Libia, dove gli altri sono stati riportati. Non potendo procedere a identificazioni in mare, è altissimo il rischio di separazione all’interno delle famiglie. Drammatico, tra i molti casi, quello di una donna subsahariana in serie condizioni di salute, a cui è stato permesso di ricevere le cure dei medici delle Ong, mentre al marito è stato impedito di poterla seguire. L’uomo è stato perciò riportato in Libia.

«La nave Aquarius, allertata dall’Mrcc di Roma di un gommone in difficoltà in acque internazionali, è stata allontanata dalla scena – spiega Medici senza frontiere – a favore di un’imbarcazione della Guardia costiera libica. Dopo lunghe negoziazioni abbiamo ottenuto di evacuare 39 casi medici e vulnerabili tra cui un neonato, donne incinte, bambini con le loro famiglie, ma poi ci è stato ordinato di allontanarci e decine di persone sono state riportate in Libia».

Alcuni gruppi familiari sono stati divisi e sarà molto difficile, per quanti sono stati respinti in Libia, rientrare in contatto con i propri congiunti che sono stati accuditi dal personale di Sos Mediterranée e di Medici senza frontiere.

La nave Aquarius è sbarcata ieri pomeriggio a Messina con 292 persone raccolte a bordo nel corso di tre interventi in due giorni. «Le attuali condizioni di salvataggio in mare, sempre più complicate e con dei trasferimenti di responsabilità confusi e pericolosi durante le operazioni, sono inaccettabili. Le navi di salvataggio si ritrovano costrette a negoziare caso per caso, in alto mare, in una situazione di urgenza e di tensione pericolosa, l’evacuazione di persone in difficoltà, malate, ferite, esauste, verso un luogo sicuro dove saranno curate e protette”, ha dichiarato Sophie Beau, vicepresidente di Sos Mediterranée International. Una situazione di vero caos, con il Centro di coordinamento di Roma che ancora una volta ha spiegato ai volontari che la responsabilità dell’intervento è stata assunta dalla Libia, la cui giurisdizione non è riconosciuta neanche dall’Ue, con il risultato che «le operazioni sono ritardate e le vite umane sono minacciate», ricorda Beau. Intanto un gruppo di 72 tunisini è giunto a Lampedusa su una propria imbarcazione sfuggita a tutti i radar. È il primo sbarco da quando è stata annunciata la chiusura dell’hotspot dell’isola, dal quale sono stati trasferiti gli ultimi ospiti, una quarantina, circa dieci giorni fa.

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