venerdì 14 novembre 2014
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Nel caffè del paese alle dieci del mattino la gente passa a scambiare due parole. C’è anche il parroco, don Amedeo, che già con la sua figura forte e la faccia benevola incute fiducia. Entra una donna anziana che stringe qualcosa in pugno. Si avvicina al sacerdote e apre la mano: è un pettirosso tramortito, che si muove appena. «Lo tenga lei, don Amedeo, che sa come curarlo» fa, e il prete, noto per il suo amore per la natura, raccoglie il pettirosso nel cavo della grossa mano. Già in questo piccolo episodio c’è Delebio, 3.300 anime all’imbocco della Valtellina. Quieto ordinato paese di case di pietra, stretto fra le Retiche e le Orobie. Cento chilometri da Milano, eppure un altro mondo, sotto al campanile della chiesa di San Carpoforo, che segna metodico l’avanzare del giorno, con le sue campane.  Campane, appunto. È per una storia di campane che siamo venuti quassù. Pochi giorni fa lo storico campanone installato dal 1815 è stato sostituito, perchè crepato, con una campana nuova. Ed è stato un evento, con l’intero paese presente alla benedizione, e poi al lavorìo della gru che ha alzato fino alla cella campanaria la nuova campana. Da Delebio hanno scritto ad Avvenire, e volentieri siamo andati a raccogliere, tra le tante storie difficili della cronaca, una storia buona. Storia antica, che comincia in questa valle attorno al 1200, con una grangia, cioè una fattoria, di monaci cistercensi, che disboscano e dissodano il terreno. Delebio si vanta di essere il più antico paese della Valtellina. Le case di pietra scura ne portano nei muri la memoria; la roggia che le costeggia testimonia della operosità secolare di mulini e piccole fabbriche, un tempo alimentate da quel flusso costante. Nel cuore del paese si alza la chiesa madre, sobria al di fuori, barocca dentro nelle linee e nei decori, da poco accuratamente restaurati. E, accanto, la torre campanaria che arrivando da Lecco svetta, da secoli uguale.  'In nomine Iesu omne genuflectatur coelestium, terrestrium et inferorum' (Nel nome di Gesù pieghi il ginocchio ogni creatura del cielo, della terra e degli inferi), c’è inciso sulla campana deposta.  Per duecento anni ha suonato ai grandi eventi: la morte del Papa, del vescovo, del prevosto; e l’Ave Maria e il mezzogiorno nei giorni della fiera d’ottobre, e gli sposalizi. Per generazioni la voce di Delebio è stata quella, grave, della vecchia campana. Che insieme alla sua gente ha traversato la storia: ai primi di settembre del ’43 il fascismo pretese i suoi 12 quintali di bronzo, per farne armi. E una mattina quindi la campana fu brutalmente scaraventata dalle milizie fasciste giù dal campanile, sotto agli occhi del paese sgomento. Ennio Scaramella, 87 anni, il vecchio campanaro che tirava le corde, se ne ricorda ancora: e ci conduce sotto alla torre, nel punto esatto dove – indica brandendo il bastone da passeggio – la campana toccò terra, quel giorno, con un tonfo che scosse la valle. Avvenne poi però che con l’8 settembre l’armistizio rivoluzionasse gli eventi, così che la campana di Delebio fu risparmiata; e già pochi mesi dopo, a marzo, per San Giuseppe, era tornata lassù sulla torre, a suonare – benché, dice ancora oggi con rammarico il signor Ennio, sbrecciata sul bordo. Della vecchia campana ora il parroco vuol fare un monumento, da mettere in paese, perché vecchi e giovani ricordino. Ma, l’oggi, il presente, domandiamo a don Amedeo e ai suoi collaboratori? (Temendo di dover raccogliere la testimonianza dolente di un paese di montagna dimentico e svuotato). Invece, no. C’è un grande, bell’oratorio sotto al campanile, dove 250 ragazzi vanno a giocare; e anche alcuni dei figli dei 400 immigrati extracomunitari, spesso nemmeno cristiani, arrivati a Delebio in questi anni. C’è un gruppo di studio di politica e dottrina sociale della Chiesa, da cui provengono alcuni giovani membri del Consiglio comunale. E un circolo culturale, e un gruppo naturalista guidato proprio dal parroco: che porta i ragazzini nei boschi, e a scoprire la fauna selvatica, ai vicini Piani di Spagna. «La meraviglia del creato è il modo più immediato per avvicinare i ragazzi a Dio», dice. Addirittura don Amedeo è guardia ecologica volontaria, e due volte al mese, in divisa, perlustra i boschi: aiutando quando occorre i vecchi negli alpeggi a stipare nei fienili le pesanti balle di fieno. Questo sacerdote poco più che cinquantenne è qui da 11 anni. Ha una faccia contenta. Qual è, chiediamo, della sua vita qui la cosa più bella? Non ha bisogno di pensarci: «È essere innamorato di Cristo – risponde –. Tutto il resto, è una conseguenza».  Conseguenza, forse, anche l’entusiasmo da ragazzo con cui il parroco ci propone stamattina di salire in cima al campanile, e vedere con i nostri occhi la nuova campana. In tre, con l’amico e collaboratore signor Pirruccio, passiamo per la porticina angusta in fondo alla chiesa. Saliamo le vecchissime e un po’ malferme scale di legno consunto. Col fiatone sbuchiamo infine nella cella campanaria. Che bellezza, da qui, i tetti, e lo snodarsi quieto della Valtellina sotto al sole. Sulla nuova campana lucente c’è scritto tre volte 'Ave Maria'. E poi il nome di un padre di famiglia recentemente scomparso qui in paese, e quelli dei suoi cari. Il parroco: «Perché vorrei che i tocchi della campana ricordassero alla nostra gente questa nostra radice, la famiglia; perché sappiamo, nelle difficoltà dell’oggi, restare uniti nelle case, fra noi». Mentre scendiamo suona il mezzogiorno, le campane colmano i vicoli di questo paese in pace. Bello però, per una volta, raccontare una storia buona. E il pettirosso? ci viene in mente tornando. È in buone mani, pensiamo, mentre la strada del lago ci riporta verso Milano; che, a pensarla da qui, pare così incredibilmente lontana.
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