sabato 11 dicembre 2010
Pagani ricorda il politico ucciso trent’anni fa dalle cosche. La figlia: «Non voleva essere un eroe, era solo un uomo giusto». Fin da ragazzo tra le file di Ac, poi nella Fuci e nella Dc. Amico di Aldo Moro, tentò di opporsi alle pretese della criminalità che voleva mettere le mani sulla ricostruzione del terremoto in Irpinia.
Ore 8,15 dell’11 dicembre 1980. Le pallottole dei killer della camorra fermano la vita di Marcello Torre, sindaco di Pagani. Poco più di cinque mesi prima, in piena campagna elettorale, aveva scritto. "Temo per la mia vita. Torno nella lotta soltanto per un nuovo progetto di vita a Pagani. Sogno una Pagani civile e libera". Una breve lettera-testamento alla famiglia (la pubblichiamo a parte), che rivela il carattere e i valori di un politico morto per combattere cosche e malapolitica. «Papà sapeva di morire ma non si è sottratto a questo impegno, a questo sogno», ricorda la figlia Annamaria che allora aveva appena 16 anni. «Aveva una predisposizione verso l’altro, frutto della sua formazione cattolica. Intendeva fare politica come essere vicino ai bisogni delle persone. Per la propria comunità». La militanza fin da ragazzo nell’Azione cattolica, della quale fu anche dirigente, poi la Fuci e l’impegno politico nella Dc, oltre a quello professionale come penalista. Amico di Aldo Moro, come il grande statista ucciso dalle Br fu interprete di una fase politica nuova. Soprattutto per affrontare la grande emergenza del terremoto del 23 novembre. Nell’ultima intervista a una tv locale aveva così spiegato le sue convinzioni. «Nessun partito, per quanto glorioso, può esprimere l’arroganza di fare tutto da solo. Il momento ci impegna ad agire uniti per creare sviluppo e rinascita». Non solo parole, così chiamò anche le opposizioni a collaborare nella fase di emergenza e ricostruzione. «E anche questo diede fastidio», ricorda ancora la figlia. Ma soprattutto si oppose alle mire camorriste che nel sisma avevano già visto un grande affare. É così lo stesso Raffaele Cutolo, capo della Nco, a decidere la sua morte in quanto, come scriverà la Commissione Antimafia, «colpevole di non aver favorito il sodalizio criminale nell’affidamento di appalti per la rimozione delle macerie». Un’esecuzione, proseguiva l’Antimafia, «che costituisce anche un "segnale" nei confronti degli amministratori degli enti locali, ai quali vengono indicate le "procedure" che saranno seguite in caso di non assoggettamento o di dissenso».Eppure, denunciava la Commissione, malgrado minacce e segnalazioni, «non si ritenne di tutelare l’avvocato Torre neanche quando manifestò con nettezza il suo impegno a combattere ogni ingerenza camorristica». Poi, quella mattina, i colpi di lupara, la corsa di Annamaria, la prima ad arrivare. «Papà lo sapeva ma con noi non ne parlò mai - aggiunge con la voce commossa -. Voleva che fossimo tranquilli. Solo dopo ho ricostruito e collegato frasi tipo "sto seduto su una poltrona che scotta". Invece si era tenuto tutto dentro. Avrei voluto essergli più vicino. Così poco tempo assieme... quella morte mi ha tolto una parte della vita».Già perché dietro al dramma pubblico c’è sempre il dramma di una famiglia. E spesso lo si dimentica. «Spenti i riflettori, il dolore e i problemi rimangono a noi». Per avere giustizia ci sono voluti 21 anni, ma la condanna ha raggiunto solo i mandanti, salvando esecutori e la "zona grigia" che faceva affari coi clan. Ma la famiglia Torre non si è arresa. «Combattere per i tuoi ideali sarà il nostro impegno», hanno voluto scrivere sulla tomba. «Per molti anni ci siamo sentiti soli ricorda Annamaria -. Quando nel 1982 nacque l’associazione Marcello Torre, la prima anticamorra in Campania, alle marce eravamo pochi. Ora per fortuna è diverso. Grazie a Libera, a don Ciotti, agli altri familiari di vittime di mafie dei quali siamo "fratelli di sangue, doppiamente di sangue"». Così anche Annamaria va nelle scuole, incontra i giovani, e parla di quel papà perso "troppo presto". «Non voleva essere un eroe. Era solo un uomo giusto. Per essere corretti si corre il rischio di morire». E il suo pensiero va subito ad Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, anche lui salernitano, ucciso pochi mesi fa. «Due sindaci ammazzati a distanza di trent’anni... in primo luogo se lo deve chiedere la classe dirigente. Cosa ha fatto in questi 30 anni? Sia papà che Vassallo sono stati uccisi perchè lasciati soli. Non dovrebbe mai accadere. Ovunque. Non ci sono isole felici». Ma la riflessione si fa anche positiva. «La storia di papà o di Vassallo dimostra che la politica, quella con la P maiuscola, non è malaffare. Loro sono di esempio e insegnamento. Vale sempre la pena, anche di fronte a queste fini tragiche. Anche per non vanificare il loro sacrificio».
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