domenica 3 febbraio 2019
Il progetto della Fondazione ambrosiana per la vita prevede l’accoglienza delle adolescenti che hanno deciso di tenere un bambino «capitato per caso». Compito educativo prezioso
Mamme a 16 anni. Il tabù e il coraggio
COMMENTA E CONDIVIDI

«Ti devo dire una cosa ». Sono le prime parole, sussurrate, a volte deglutite insieme al groppo che hanno in gola. Camilla no, è andata diretta: «Sono incinta, papà». Sedici anni sono pochi, pochissimi, per avere un bambino. Sempre, dappertutto, e ancor più oggi, a Milano. Per una ragazzina senza la mamma, poi. Con il papà che alla notizia inchioda l’auto, sgrana gli occhi, chiede «stai scherzando?» e subito dopo dice in un fiato «sistemiamo tutto, c’è l’aborto».

Ma Camilla, anche se 16 anni sono pochi, pochissimi, e se non aveva idea di cosa volesse dire avere un figlio, crescere con lui, e anche se il suo ragazzo si era già tirato fuori dalla faccenda, perché per lui l’unica cosa da fare era abortire, lei quel bimbo di neanche 6 settimane lo sentiva già vivo, già suo. «Paura ne ha avuta. Quando è arrivata qui, con il piccolo di pochi mesi, non sapeva se stava facendo bene la mamma », dicono le educatrici del progetto Babymamme dalla Fondazione ambrosiana per la vita, dedicato alle adolescenti dai 14 anni («sì, arrivano anche 14enni») ai 22.

Camilla sorride tanto e parla di come sia bello e chiacchierone Davide, che oggi ha due anni e mezzo. Sorride quando racconta che fa «diventare matto» il nonno. Quel giorno, quando disse “aborto”, è lontano. Sono lontane quelle ecografie fatte da sola. I pomeriggi senza più amiche perché la pancia era un problema. Le mamme teenager sono un aspetto della maternità di cui si parla poco, un tabù. Eppure è un fenomeno che – nel calo generale di nascite – sembra crescere.

Al Sud (Sicilia in testa con più di 700 baby mamme nell’ultimo anno tra Catania e Palermo), come a Roma, o a Milano con i suoi 100 casi circa all’anno. In tutta Italia 10mila. Un fenomeno «trasversale alle condizioni sociali ed economiche, e alla nazionalità». “Ti devo dire una cosa...”.

A quelle ragazze che tra le lacrime si aprono a fidanzati o a genitori non sempre pronti, ma anche a quelle sostenute dalla famiglia e dalla rete sociale, a tutte le mamme bambine che hanno «diritto a crescere insieme ai loro bambini», «noi diciamo: dillo a noi». A Milano sono due gli spazi della Fondazione dedicati all’accoglienza e all’ascolto, il Girotondo, a Primaticcio, e Agorà, a Quarto Oggiaro. Quartieri di periferia, dove il disagio psicologico e sociale è forse maggiore, ma «anche in un contesto agiato – spiega Laura Boati, la referente – è fondamentale favorire incontri con psicologi e pedagogisti fino almeno ai due anni del bambino».

Camilla lo sa bene. Quando aspettava non sapeva che al suo piccolo non avrebbe solo dovuto cambiare i pannolini, ma avrebbe dovuto giocare con lui, dargli delle regole, insegnargli che papà è quello che vede ogni tanto, qualche ora, quando capita. Non sapeva che si sarebbe sentita «una cattiva mamma». Non immaginava che al nido le altre mamme avrebbero avuto tutte il doppio della sua età. E che i bambini hanno mille piccoli modi non verbali di comunicare. Al Girotondo, dove ci sono una cucina, un salotto, un’area per la psicomotricità, l’hanno filmata con il suo bimbo e lei si è rivista. Così psicologhe ed educatrici le hanno insegnato a interpretare il bambino, «cosa naturale per una mamma adulta, ma non per un’adolescente, che ha capacità di empatia minima».

Qui dal 2014 arrivano una quindicina di ragazze l’anno. Poche rispetto alle 100 che diventano mamme in città. Alcune rimaste incinta dopo essere arrivate dal sudamerica per ricongiungersi con genitori che conoscono a malapena. O spedite già gravide dai parenti. Studentesse, disoccupate, ogni storia è una storia a sé. La solitudine, prima o dopo, un problema per tutte. L’«incidente di percorso» è spesso una «reazione al contesto familiare, ad abusi o a relazioni anaffettive e inesistenti – racconta Elisabetta Costantino, psicologa del progetto –. Possono essere gravidanze “agite” come modo per emanciparsi al ruolo di adulti». «Volevo una famiglia», dicono a volte.

Lo dice anche Camilla. Appena finisce il suo racconto, scappa perché Davide esce dal nido. Sono anni fondamentali per entrambi. Lei ce la mette tutta. Ha trovato lavoro in una panetteria, ma un giorno le piacerebbe organizzare catering. Ha tutto il tempo davanti.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI