mercoledì 10 dicembre 2014
​Alla donna contestata l'aggravante della crudeltà. Le urla in carcere: vergogna.
La psichiatra Giannini: non è un'omicidio d'impeto
Quella madre spezzata di Ferdinando Camon
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​A Santa Croce Camerina è il giorno del sollievo. Dunque, non c’è nessun orco in agguato dietro l’angolo della scuola. I bambini possono tornare ad attraversare da soli il grande cortile e salire le scale verso le classi. Un "mostro", però, c’è e per tutti da lunedì notte si chiama Veronica Panarello, la mamma di Loris. In procura, all’indomani dell’interrogatorio fiume dell’Immacolata e del fermo per omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere, c’è la persuasione d’esser giunti alla fine della storia. La speranza è che la donna si pieghi allo stress delle domande, alla pressione mediatica, alla notte insonne passata in questura, sorvegliata a vista. Che alla fine, stremata, confessi. Ma Veronica – 26 anni appena, una vita trascorsa tra le delusioni familiari, i traslochi e l’insicurezza – stavolta è ferma come roccia granitica: «Non sono stata io, quello era il mio bambino». E tutte le volte ricomincia con la sua storia, non importa se smentita in pieno dai video delle telecamere di mezzo paese: «Quella mattina l’ho portato a scuola, l’ho lasciato là, poi sono salita a Donnafugata per il corso di cucina». A darle manforte il suo avvocato, Francesco Villardita, che ieri sera ha cominciato a profilare la linea difensiva con cui probabilmente cercherà di smontare le tesi della procura davanti al gip: «Ma chi ha detto che Loris è tornato a casa? Da quel filmato visionato con la mia assistita non si riconosce nessuno. E abbiamo anche prove testimoniali che dimostrano che il bambino è stato accompagnato a scuola». Insomma, Loris nei video non sarebbe identificabile. Tutto il contrario di quanto ricostruito nel decreto di fermo: secondo cui l’esame dei filmati e le testimonianze «consentono di documentare, oltre ogni ragionevole dubbio, che il piccolo Loris non sia uscito più dal condominio» e che «nell’intervallo tra le 8.49 e le 9.23 di sabato nessun altra persona non conosciuta vi sia entrata». Circostanze per cui i pm non hanno dubbi: la donna ha agito da sola, per giunta «con l’aggravante della crudeltà», aggredendo il bambino e poi strangolandolo «con modalità di elevata efferatezza e sorprendente cinismo». L’interrogatorio di ieri, in ogni caso, s’è concluso con un niente di fatto. Veronica è stata sottoposta al prelievo del Dna, che servirà per esami comparativi con i reperti biologici rilevati sotto le unghie di Loris. Terminate le procedure, è stata poi trasferita nel carcere di piazza Lanza a Catania (la casa circondariale di Ragusa non ha una sezione femminile) dove ad accoglierla sono state le urla degli altri detenuti: «Vergognati, devi morire». Nelle prossime ore toccherà al giudice per le indagini preliminari ascoltarla e prendere la decisione più importante: se convalidare il fermo ed emettere l’ordinanza di custodia cautelare oppure rigettare le ipotesi della procura, e riavvolgere il nastro al mistero di un assassino invisibile. Che sarebbe sfuggito ad occhi e telecamere, e che sarebbe riuscito a trascinare il piccolo Loris laggiù, vicino a quel vecchi mulino dimenticato da tutti. Quello stesso posto dove – s’è scoperto soltanto ieri – proprio Veronica da piccola era solita trovarsi a giocare con le amichette. Un altro particolare mai raccontato agli inquirenti dalla donna. Nel frattempo, fuori, la famiglia e il paese si agitano e si dividono. Mentre il fratellino di Loris è affidato alla cure di una zia, il padre si strugge nel dubbio più atroce: «Non posso credere che sia stata lei – continua a ripetere Davide Stival –, se è così deve solo dirmi il perché, e poi per me può morire, io voglio solo mio figlio». La famiglia cerca di proteggerlo dallo tsunami di telecamere e telefonate: «Lasciateci nel nostro dolore», chiedono zii e cugini, che difendono l’onore della famiglia anche in Rete, dove è un diluvio di insulti e accuse irripetibili contro «la novella Franzoni», «la madre senza pietà». A scuola maestre e preside incredule hanno deciso che per spiegare ai bambini quello che sta succedendo c’è ancora bisogno dell’aiuto degli psicologi. Entreranno in aula anche oggi, e nei prossimi giorni, a tentare di dir loro – dopo della morte del loro compagno – di quell’accusa che paralizza, sconvolge. E che attende ancora d’essere convalidata.
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