martedì 8 agosto 2017
Roma chiede però alla Nazioni Unite di prendere il controllo dell'azione diplomatica complessiva per risolvere la crisi libica, che non è solo questione di migranti
Il premier Paolo Gentiloni con l'inviato dell'Onu Ghassan Salamè

Il premier Paolo Gentiloni con l'inviato dell'Onu Ghassan Salamè

Già la scelta di cominciare dall’Italia ha un significato importante. Ghassan Salamè, inviato speciale per la Libia delle Nazioni Unite, comincia proprio da Roma la sua prima visita europea. Ed esplicita subito - nella fitta serie di incontri col premier Gentiloni e coi ministri degli esteri Alfano e della Difesa Pinotti - il suo sostegno alla missione navale e all’impegno italiano per la stabilizzazione del Paese. L’Italia incassa l’apprezzamento, ma chiede alle Nazioni Unite di prendere in mano l’azione diplomatica per la Libia. Finora caratterizzata da iniziative nazionali scoordinate. Giornata intensa, in cui Salamè trova il tempo per incontrare la Comunità di Sant’Egidio, che da tempo lavora per il dialogo.

Libanese, ex ministro della cultura, esperto di politica internazionale, Salamè è stato consigliere di Kofi Annan e di Ban-Ki Moon, con missioni in Iraq. Terzo inviato speciale in Libia, deve riuscire dove hanno fallito i suoi predecessori Bernardino Leon e Martin Kobler. E comincia esprimendo il plauso Onu per la missione italiana navale di supporto alla Guardia costiera libica: «È la strada giusta».

Al termine dell’incontro a Palazzo Chigi, Paolo Gentiloni ribadisce che «l’Italia è al lavoro da tempo per la stabilizzazione della Libia. Mi auguro che le Nazioni unite diano a questo processo una spinta decisiva». Perché «autorità libiche più forti – sottolinea Gentiloni – renderanno più efficace l’impegno comune contro i trafficanti di esseri umani».

Angelino Alfano riceve Salamè alla Farnesina: l’instabilità della Libia, dice, «non è una partita di Serie B, ma una priorità assoluta». Per questo «serve una reductio ad unum dei formati negoziali in Libia. L’Onu deve prendere la leadership. Fino ad oggi ci sono stati troppi negoziati, troppi negoziatori e zero risultati finali». Allo stesso modo il ministro della Difesa Roberta Pinotti concorda con l’inviato speciale sulla «necessità che i paesi europei parlino con una sola voce».


Salamè ascolta e ringrazia «di cuore» l’Italia per il sostegno alla missione Onu in Libia (Unsmil). Poi getta acqua sul fuoco delle polemiche interne libiche, che hanno visto il ras del Sud, il generale Khalifa Haftar, contro la missione italiana: «So che ci sono state discussioni in Libia – dice – ma credo che la cooperazione e la trasparenza tra Italia e Libia siano il modo più costruttivo» per ottenere risultati. «Siamo sulla strada giusta», aggiunge. Poi annuncia: «Non mi vedrete solo a Tripoli o Badia, come è stato in passato, ma anche a Bengasi e Misurata. Dobbiamo parlare con tutti i libici – scandisce – in tutto il Paese prima di presentare le mie idee all’Assemblea generale Onu a settembre». Tutti, compreso Haftar: «L’ho incontrato a Parigi. Ha un impatto su una parte della Libia e seguaci nel popolo. Sarebbe poco realistico, per un inviato Onu, ignorare questa forza».


A chiudere la giornata, l’incontro alla Comunità di Sant’Egidio. Mauro Garofalo, responsabile relazioni internazionali della Comunità, assicura «a Salamè e alle iniziative che vorrà prendere tutto il nostro sostegno: serve una nuova partenza, dopo l’avvicendarsi degli altri inviati. Gli abbiamo illustrato le iniziative che fin qui abbiamo messo in opera: con le tribù del sud, per gli accordi umanitari, per il dialogo tra le città di Zintan e Misurata, i contatti sia con Tripoli e Tobruk».

L’immigrazione per Sant’Egidio resta un tema prioritario, «ma è chiaro – dice Garofalo – che se non si stabilizza la Libia non si fermerà il flusso, usato strumentalmente già da Gheddafi per minacciare l’Europa. In tutte le aree governative bisognerà insistere per il rispetto dei diritti umani». I centri di detenzione statale spesso sono infernali, «ma il Sud in mano alle tribù è ancora peggio. Il caos favorisce i trafficanti e lo sfruttamento di questa povera gente che arriva dal deserto».


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