domenica 6 agosto 2017
Corsa a ostacoli per una complicatissima intesa larga. Lo spettro dell’ingovernabilità. Il costituzionalista Mirabelli: non possiamo permetterci di tornare al voto dopo tre mesi
Legge elettorale, ultima chiamata dal Colle

Rischio palude per il dopo voto. Dopo un anno sostanzialmente perso nella prospettiva ritenuta imminente di un voto anticipato, ora che la fine naturale della legislatura è diventata fuori discussione, il rischio di perderne un altro ancora rassegnandosi ad andare al voto senza intervenire sulle regole, o meglio facendosele dettare dalle due sentenze della Consulta, diventa sempre più concreto. «Vi è ancora la possibilità di intervenire »: l’ultimo richiamo dal Colle è arrivato alla cerimonia del Ventaglio, prima della pausa estiva. Un richiamo al «dovere del Parlamento rispetto alla centralità e alla grande delicatezza delle regole elettorali». Unito al «rammarico per il dissolversi della prospettiva di un metodo di larghe intese parlamentari sulle regole che devono essere comuni». Norme nelle quali permangono, lamenta il presidente della Repubblica, «disomogeneità e lacune». Nei toni sfumati e rispettosi delle altrui prerogative tipici del Mattarella style è l’ennesimo, forse l’ultimo campanello d’allarme sul rischio frammentazione e ingovernabilità. Fallito, alla prova del voto segreto, l’ultimo tentativo di intesa sul 'tedesco all’italiana', resta - di fatto - la prospettiva data dal combinato disposto dei due Consultellum di Camera e Senato.

Politologi e sondaggisti si sono variamente esercitati a valutare gli effetti possibili di queste due norme su un sistema tendenzialmente tripolare (ma in realtà centrosinistra e centrodestra sono ulteriormente divisi al loro interno) e ci sono due sciagure possibili che si palesano all’orizzonte.

La prima - in presenza di un premio di governabilità che c’è solo alla Camera - è che il partito che superi a Montecitorio la soglia prevista del 40 per cento ma non sia in grado di fare maggioranza anche al Senato e si metta di traverso esercitando un potere di veto assoluto. Più probabile, allo stato, e non più rassicurante è la prospettiva che nessun partito superi alla Camera il 40 per cento obbligando i partiti ad andare oltre le coalizioni, per fare maggioranza, facendo scattare i tanti veti incrociati esistenti fra le coalizioni e nelle coalizioni stesse per cui se Pd e Forza Italia decidessero di andare insieme il rischio di perdere i contatti con i già riottosi alleati a destra e a sinistra sarebbe più che concreto, per non dire del M5S, che di alleati non vuol nemmeno sentir parlare. Il Porcellum, la legge in vigore alla Camera, ha codificato la prassi ormai consolidata del nome del leader sulla scheda. Ma la Consulta ha chiarito che può essere prevista la codificazione del leader della coalizione, senza nessuna pretesa di determinare in tal modo un aggiramento dell’articolo 92 che attribuisce al capo dello Stato il compito di indicare il presidente del Consiglio e - su proposta di quest’ultimo - i ministri. Ma ad ascoltare le parole dei leader in questi giorni sembra di vivere tutt’altro film. Matteo Renzi rilancia la coincidenza fra leadership del partito e premiership e la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria, dimenticando che allora si era nel pieno di un sistema tendenzialmente bipolare che pure doveva fare i conti, in realtà, con il terzo incomodo della desistenza bertinottiana.

Silvio Berlusconi, che è stato un apripista in questa identificazione fra leader e candidato, ora non rinuncia a sostenere - per risolvere la contesa nel centrodestra - che «il candidato premier lo indicherà al capo dello Stato il partito più forte». E, promette, «daremo agli elettori anche i nomi della squadra di governo». Ma il più esplicito, sul tema, è Luigi Di Maio che, a nome del M5S che forte di essere «omai primo partito oltre il 30 per cento», pur escludendo categoricamente alleanze, prevede che nel 2018 «l’Italia potrebbe avere il primo governo fondato sulla democrazia diretta. Se saremo il primo partito - avverte il vicepresidente della Camera, candidato in pectore chiederemo al Quirinale di darci l’incarico di formare il governo». Ma Pier Luigi Bersani si trovò in questa precisa situazione, da leader del partito più votato, e la sua corsa verso Palazzo Chigi fu interrotta proprio dal famoso streaming con M5S che gli negò i voti che gli mancavano per fare maggioranza. «Tra le hit più gettonate in questa torrida estate c’è un tormentone che fa più o meno così: se il mio partito arriva primo il capo dello Stato ci dovrà dare l’incarico », dice Pino Pisicchio, capogruppo del misto alla Camera, e studioso delle dinamiche parlamentari. «Suppongo si tratti solo di un incitamento rivolto al popolo degli aderenti.

Altrimenti sarebbe grave. Si dichiarerebbe una certa inconsapevolezza del dettato costituzionale. Significherebbe dire che il capo dello Stato è obbligato a dare l’incarico al capo del partito che arriva primo, a prescindere se abbia o meno la maggioranza assoluta in Parlamento. In quale manuale di diritto costituzionale è scritto?», si chiede Pisicchio. È singolare, d’altronde, che un così largo schieramento si sia recentemente opposto - con successo alle modifiche della Costituzione e ora finga di ignorare, al pari di chi avrebbe voluto modificarla, che siamo ancora in una democrazia parlamentare e in un regime in cui sono due le Camere che danno la fiducia. E, senza andare a esempi di 'tecnici' più recenti (come Ciampi o Monti), Pisicchio ricorda come esponenti quali Giovanni Spadolini, «espressione del Partito repubblicano che contava poco più del 3 per cento» o Bettino Craxi, «socialista al 12-13 per cento» siano stati chiamati a guidare il governo: «Nel sistema parlamentare ciò che conta è il consenso che il presidente designato riesce ad assicurarsi su un programma di governo. Sarà Mattarella, pertanto, ad apprezzarlo, dopo aver ascoltato i gruppi parlamentari». Non è assolutamente da escludere, d’altronde, che il partito di maggioranza possa non essere lo stesso fra le due Camere, rischio che già - da solo - dovrebbe indurre le forze politiche a non ignorare l’appello di Mattarella affinché si giunga ad una omogeneità fra i due sistemi di voto.

«Il capo dello Stato ha un ruolo maieutico - ricorda Cesare Mirabelli, presidente emerito della Consulta - volto a favorire la creazione di una maggioranza intorno a una figura politica». Certo, ragiona, «se un partito superasse il 40 per cento avrebbe una sua forza attrattiva, ma avrebbe sempre bisogno di una coalizione. In altre parole deve essere disposto a colloquiare». In questo clima di presunta autosufficienza i partiti tutto sembrano disposti a fare, per la verità, tranne che dialogare. «Ma colloquiare - ricorda - significa anche cercare omogeneità su scelte di fondo di politica estera ed economica. Avere capacità attrattiva non significa avere il dominio di una coalizione ». Mirabelli concorda sul rischio che con la normativa attuale «chi ottenesse la maggioranza alla Camera difficilmente la avrebbe anche al Senato. Certo - ricorda Mirabelli - sono esistiti anche governi di minoranza, nella storia, ma non è proprio una prospettiva auspicabile». E il capo dello Stato, «pur tenendo conto dei consensi ottenuti, dovrà guardare alla prospettiva di ottenere la maggioranza in entrambe le Camere. In altre parole, non c’è un diritto alla nomina», avverte Mirabelli.

Ma, se il Parlamento non riuscisse a esprimere una maggioranza, lo spettro è quello dello scioglimento delle Camere nel giro di tre mesi. «È accaduto già in Spagna. Ma l’Italia non potrebbe permetterselo. Le forze politiche debbono avere responsabilità. Le forze più affini, anche si sono contrastate in campagna elettorale, avranno bisogno di smussare gli angoli per concorrere alla guida del Paese, come in Germania. Certe preclusioni possono essere agitate in campagna elettorale per raccogliere consensi, ma poi in Parlamento una soluzione va trovata. Non possiamo esporci di nuovo al rischio di speculazioni finanziarie, né può essere sprecata una prospettiva di ripresa che finalmente si va profilando», dice Mirabelli. Una responsabilità che sarebbe bene esercitare sin da subito, «per una legge elettorale che favorisca il compito del Quirinale che dopo il voto dovrà trovare una soluzione. Chi punta ad avere i maggiori consensi dovrebbe evitare una prospettiva da 'solo contro tutti'. Imporre al capo dello Stato soluzioni precostituite denota una concezione 'giocosa' delle istituzioni che, trattandosi di temi molto seri, è meglio evitare».

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