giovedì 22 novembre 2018
L'accoglienza diffusa in 100 Comuni nel dossier di Legambiente, presentato alla vigilia del passaggio alla Camera del Decreto sicurezza
Fotogramma

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"L'accoglienza che fa bene all’Italia", una raccolta di storie che coinvolgono 100 Comuni e un “viaggio per capire” nell’Italia dell’accoglienza diffusa, quella che funziona meglio. È il dossier di Legambiente presentato oggi a Roma, alla vigilia del passaggio in aula alla Camera dei deputati del decreto Sicurezza.

Dai piccolissimi Comuni consorziati nel progetto Agape in provincia di Asti, a quelli del Canavese in provincia di Ivrea o della rete Welcome in provincia di Benevento, da Comerio e Latina a Roccella Jonica e Uggiano, le 28 storie (soprattutto di Sprar ma anche di piccoli Cas) raccolte da Legambiente raccontano un’accoglienza che favorisce lo sviluppo attraverso concreti percorsi di integrazione. Quell’accoglienza diffusa che il decreto sicurezza mette fortemente in crisi. A pagare saranno per primi i migranti. Ma, spiega il dossier, pagheranno, anche e da subito, le economie locali, perché i costi dei progetti dell’accoglienza diffusa (sistema Sprar e i Cas della microaccoglienza), con un investimento complessivo intorno ai 600-800 milioni all’anno, hanno funzionato da volano sia per riattivare economie locali in crisi, sia per rivitalizzare imprese e servizi sociali.

Pagheranno, sottolinea Legambiente, sopratutto i moltissimi piccoli Comuni, che grazie ai progetti di accoglienza diffusa hanno potuto rialzare la testa. Ma, insiste l'associazione, pagheranno anche le città, dove si riverserà, alla ricerca di qualche risorsa per sopravvivere, gran parte degli irregolari che risulteranno dalla restrizione della possibilità di accogliere domande d’asilo introdotta dalla nuova norma.

I sindaci, denuncia il dossier, "si ritroveranno soli di fronte alla presenza di grandi concentrazioni di stranieri regolari e irregolari che creano paure e tensioni nell’impossibilità di un fluido inserimento nella comunità locale".

A perdere "sarà anche il sistema istituzionale e il ruolo delle autonomie locali nel governo del territorio, dove diventa decisivo il ruolo dei prefetti, con la marginalizzazione degli Sprar a vantaggio dei Cas medio grandi che centralizza tutto il sistema in mano allo Stato ed esautora i sindaci". E proprio alcuni sindaci hanno raccontato la loro esperienza in occasione della presentazione del dossier.

UGGIANO LA CHIESA (Lecce)

Nel paese del sud Salento, 4.500 abitanti, dal 2006 esiste uno Sprae che finora ha ospitato 47 persone di 7 nazionalità diverse, 16
nuclei familiari, 22 bambini, due dei quali nati qui. Abitano in case sfitte ora finalmente utilizzate, "e questo è un primo riscontro positivo", dice con orgoglio il sindaco Salvatore Piconese. I bambini frequentano le scuole, gli adulti tirocini formativi in esercizi commerciali e aziende.

"Sono impegnati tutto il giorno", sottolinea il sindaco, ricordando la collaborazione di scuole, associazioni culturali, parrocchie ("i nigeriani sono cristiani e partecipano alla Messa e all'attività degli oratori").

"Ma è l'intera comunità che ha saputo accogliere - ci tiene a ricordare il primo cittadino -. Non c'è nessun tipo di conflittualità. Lo Sprar - aggiunge con convinzione - è l'unico modello di inclusione che funziona. Accogliere si può, in modo semplice e con estrema naturalezza. In modo pubblico e non in mano ai privati". E racconta un recente episodio. "Una famiglia somala è partita
per l'Olanda. L'ultimo giorno da noi i bambini della scuola, assieme ai professori, hanno organizzato una festa di saluto a sorpresa per il loro compagno Hassan, disegnando tante mani colorate. Piangevano. Ancora una volta i bimbi ci insegnano tanto, abbattendo i muri".

COMERIO (Varese)

Il progetto di accoglienza nel paese di 3mila abitanti nasce dopo il terribile naufragio nel Canale di Sicilia del 18 aprile 2015. "Abbiamo voluto raccogliere l'appello di Papa Francesco, avendo subito chiaro che doveva essere normale e occasione di opportunità per tutta la comunità" ricorda il sindaco Silvio Aimetti. Fin dalla questione abitativa. "In quel periodo - racconta - avevamo alcuni nostri cittadini disoccupati. Così per ospitare i rifugiati abbiamo ottenuto degli appartamenti in comodato gratuito e i soldi risparmiati li abbiamo usati per far lavorare quei disoccupati. È una risposta al "prima gli italiani"". Nato come Cas, ora lo Sprar ospita 33 migranti. Ma non è solo ospitalità. "Sono impegnati a tenere pulito il paese e questo crea rapporti coi cittadini. Inoltre vanno nelle scuole a parlare della loro vita, perché sono partiti. È un interscambio coi nostri ragazzi". E poi, aggiunge il sindaco, "li aiutiamo a trovare un futuro". Corsi di italiano, stage nelle aziende. E alcuni hanno già un contratto a tempo determinato e anche indeterminato. "Li stiamo aiutando a predisporre un curriculum, da poi presentare agli imprenditori, assieme a quelli degli italiani disoccupati. Perchè noi ci occupiamo di tutte le fragilità". Ora però, denuncia, "il decreto sicurezza mette tutto questo in crisi. Vanifica tre anni di lavoro".

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