mercoledì 24 gennaio 2018
Il sociologo: «Ricucire e rammendare vuol dire partire da ciò che c’è. Serve una rivoluzione dello sguardo e del linguaggio»
Bonomi: «L'antidoto al rancore? Ripartire dagli esclusi»

La comunità al posto della community, il reale in luogo del virtuale, la cura contro il rischio di un’apocalisse culturale. Il sociologo milanese Aldo Bonomi ha compreso e studiato i rischi della 'società del rancore' già «in quel passaggio d’epoca a cavallo del secolo, che prefigurava non più solo una crisi di interessi, ma anche una crisi di senso. Da qui bisogna ripartire per ricostruire e pacificare l’Italia, come ha detto il cardinale Bassetti».

C’è un terzo verbo usato nella prolusione del presidente della Cei: è il verbo ricucire.
Mi ha ricordato un’altra espressione, quella sull’arte del rammendo, utilizzata da un laico come Renzo Piano, riferita alle nostre periferie. Ricucire, rammendare significa mettersi a lavorare a partire da quell’operosità inclusiva che c’è già, perché è davanti ai nostri occhi. Vuol dire rimettersi in mezzo alle dinamiche sociali, per ricreare una coscienza collettiva.

In concreto, da dove ricominciare?
È necessario tornare a guardare 'dal basso' e 'in basso' i protagonisti dell’oggi: i poveri, gli ultimi, gli esclusi. In secondo luogo, serve una rivoluzione dello sguardo e del linguaggio. Dovrà essere sempre più il linguaggio della comunità, non il linguaggio delle élite, il linguaggio della cura, non quello dell’odio.

Il rancore sociale che lei ha intuito e descritto nell’Italia settentrionale di fine anni Novanta oggi sembra essere la condizione esistenziale di quasi metà del Paese. Cosa è successo, nel frattempo?
È accaduto quello che Ernesto De Martino, nelle sue 'Apocalissi culturali' raccontava come ciò che ci prende quando non riconosciamo più improvvisamente quello in cui ci siamo sempre riconosciuti: dapprima tutto questo genera spaesamento, poi indifferenza, quindi rabbia. Nel ventesimo secolo, con la società verticale ci si teneva per mano e poi o si prendeva l’ascensore sociale o si viveva la dimensione anche aspra del conflitto e della lotta di classe. Paradossalmente, in questo modo si produceva inclusione tra classi sociali diverse, a partire dalla borghesia. Poi è arrivato lo sfarinamento, che ha coinciso con l’individualismo spinto e la secolarizzazione.

L’avvento della società orizzontale, prima ancora della società virtuale, cosa ha provocato?
Soprattutto nuovi meccanismi di selezione: con il fenomeno che ho definito di capitalismo molecolare e con l’esplodere delle partite Iva, o stavi dentro o stavi fuori. Qui si torna alla metafora del rancore, che in origine si è sviluppato nel Nord e successivamente ha contagiato il resto del Paese. Adesso Nord chiama Sud e viceversa.

Ora gli imprenditori della paura sembrano avere gioco facile. Perché?
Perché la crisi ha finito per dissolve- re tutto: valori, legami, interessi. Il rancore territoriale è diventato rancore sociale sempre più diffuso ai tempi della recessione. E sotto la pelle dello Stato si è allentato anche quel sistema di welfare che aveva tenuto tutto assieme. Anche la voglia di fare comunità è mutata. In che modo? Sono nate le comunità enclave, le comunità 'contro'. Hanno esercitato fascino verso chi era in difficoltà, verso chi ha vissuto concretamente l’esperienza dell’incertezza sul futuro. Ciò che chiamiamo populismo in parte è alimentato proprio da questo. Per fortuna esiste anche altro: la comunità di cura e la comunità operosa.

Che mondi rappresentano?
La comunità di cura non è solo il mondo del volontariato, peraltro decisivo per rammendare e riunire ciò che si è lacerato. È comunità di cura anche una buona scuola, un buon insegnante, un buon medico, un bravo psichiatra. Poi ci sono i luoghi fondamentali della cura, tutto quello che si mette in mezzo alla paura e all’incertezza: le Caritas, gli oratori, tutto il tessuto ecclesiale sono un patrimonio prezioso.

E la comunità operosa?
Innanzitutto non vanno dimenticate le tradizionali rappresentanze degli interessi del Novecento, che mai come adesso dovrebbero occuparsi della crisi di senso: i sindacati, le associazioni d’impresa. Quanto alla comunità operosa in sè, bisogna interrogarsi sul modello economico e sulle sue conseguenze, anche ambientali. È stato significativo che le dichiarazioni di Bassetti siano arrivate nel giorno in cui si è aperto il vertice di Davos con i grandi della Terra. Come fai ad arginare il rancore se l’1% della popolazione controlla la ricchezza del mondo? La comunità operosa dovrà essere perciò il luogo della redistribuzione dei saperi e delle ricchezze, un segno di speranza che è anche una riflessione critica sull’oggi. Testi come la 'Laudato Si’' di papa Francesco sul lavoro e sullo sviluppo sostenibile sono in questo senso fondamentali.

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