martedì 29 marzo 2011
Dopo l’appello del Papa perché in Libia tacciano le armi e si avvii un dialogo diplomatico, il presidente della Cei aprendo il Consiglio permanente sollecita risposte e aiuti alle popolazioni colpite. Il cardinale ribadisce l’impegno dei cattolici a «servire l’Italia e ad amarla senza interessi di parte, ma in vista del bene comune». «Il senso diffuso di malessere non intacchi la fiducia della gente verso le proprie capacità». Appello per rilanciare scuola e famiglia, strategiche per il futuro del nostro Paese. E la cura della vita è «la sola medicina capace di guarire alle radici».
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- Bagnasco: vicini a chi fugge dalla guerra e grati alla popolazione di Lampedusa (IL TESTO INTEGRALE)
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Un «accorato appello» per «l’immediato avvio di un dialogo, che sospenda l’uso delle armi» in Libia. Lo ha lanciato Benedetto XVI domenica dopo aver guidato la preghiera mariana dell’Angelus recitata in piazza San Pietro. «In Libia tacciano le armi e si avvii il dialogo», ha titolato in prima pagina L’Osservatore Romano. «Di fronte alle notizie, sempre più drammatiche, che provengono dalla Libia – ha detto il Papa –, cresce la mia trepidazione per l’incolumità e la sicurezza della popolazione civile e la mia apprensione per gli sviluppi della situazione, attualmente segnata dall’uso delle armi». «Nei momenti di maggiore tensione – ha aggiunto – si fa più urgente l’esigenza di ricorrere ad ogni mezzo di cui dispone l’azione diplomatica e di sostenere anche il più debole segnale di apertura e di volontà di riconciliazione fra tutte le Parti coinvolte, nella ricerca di soluzioni pacifiche e durature». «In questa prospettiva – ha proseguito il Pontefice –, mentre elevo al Signore la mia preghiera per un ritorno alla concordia in Libia e nell’intera Regione nordafricana, rivolgo un accorato appello agli organismi internazionali e a quanti hanno responsabilità politiche e militari, per l’immediato avvio di un dialogo, che sospenda l’uso delle armi».Alla parole del Papa ha fatto eco ieri pomeriggio il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, nel corso della sua prolusione in apertura della sessione primaverile del Consiglio permanente. Il porporato ha rivelato di aver espresso al vicario apostolico di Tripoli, il vescovo Giovanni Innocenzo Martinelli, «personalmente – via telefono – la vicinanza dell’Episcopato italiano e delle nostre comunità». Per Bagnasco «non ci si può non rammaricare per il ricorso alla forza che, contrapponendo tra loro i figli poveri di uno stesso popolo e di uno stesso continente, provoca dolore più grande e lutti – se possibile – ancora più drammatici».Per il presidente della Cei «l’invocato e improvviso intervento internazionale – ideato sotto l’egida dell’Onu e condotto con il coinvolgimento della Nato – ha fatto sorgere interrogativi e tensioni». «Ci uniamo – aggiunge – alle accorate parole che il Santo Padre in più occasioni ha espresso di solidarietà a quelle popolazioni e di auspicio per un immediato superamento della fase cruenta: ad intervento ampiamente avviato, auspichiamo che si fermino le armi, e che venga preservata soprattutto l’incolumità e la sicurezza dei cittadini garantendo l’accesso agli indispensabili soccorsi umanitari, in un quadro di giustizia».E in questo senso il porporato auspica una «via africana» per la soluzione del conflitto anche «per evitare possibili spinte estremiste che avrebbero esiti imprevedibili e gravi».Oggi alla Conferenza internazionale sulla Libia di Londra partecipa, come osservatore, anche il nunzio in Gran Bretagna, l’arcivescovo Antonio Mennini, il quale ha dichiarato che il suo ruolo è, sulla scia delle parole del Papa di domenica, di «coadiuvare gli Stati ed organismi partecipanti a fare di tutto per sostenere il più debole segno di apertura e di volontà di riconciliazione tra le parti per arrivare, nel più breve tempo possibile, alla sospensione dell’uso delle armi».
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