sabato 29 maggio 2021
Dopo le "rassicurazioni" del governo italiano alle Ong, da Tripoli le agenzie umanitarie precisano: «Quasi nessun accesso ai centri di detenzione. Questo sistema è un abominio».
LIBIA, ZAWIYA, CENTRO DETENZIONE PROFUGHI

LIBIA, ZAWIYA, CENTRO DETENZIONE PROFUGHI - ANSA/ZUHAIR ABUSREWIL

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Provando a rassicurare le Ong, che chiedono il ripristino di un meccanismo di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, anche il Viminale ha parlato della «preziosa opera dell’Unhcr e dell’Oim, per il rispetto dei diritti umani nei centri allestiti nel Paese nordafricano». Ma dalla Libia fonti delle Nazioni Unite smentiscono: «Non abbiano nessuna possibilità di cambiare la situazione rispetto ai diritti umani».

Contrariamente alla narrazione ufficiale, alle due agenzie è impedito di fare granché. «Il nostro intervento, come diciamo da tempo, è di assistenza pratica». Di più non è consentito.

In Libia i conti non tornano mai. Specialmente quando si parla di diritti umani. Lunedì il nuovo premier Dbeibah sarà in italia per la prima volta, dopo la nuova visita lampo a Tripoli del ministro degli Esteri Di Maio e in vista del forum per il rilancio degli affari tra le due sponde del Canale di Sicilia.

«Circa 5.100 persone - ha detto ad “Avvenire” una fonte delle agenzie umanitarie - sono attualmente detenute in 28 siti ufficiali, in condizioni disastrose». Non solo non c’è stato alcun progresso nella gestione di queste strutture, ma gli operatori Onu «attualmente hanno scarso o nessun accesso a questi centri e sono solo in grado - aggiunge la fonte - di monitorare la situazione o fornire assistenza». E perché sia chiara la posizione, dalle agenzie Onu ribadiscono «l’appello affinché le autorità competenti garantiscano il rilascio ordinato di tutta la popolazione detenuta e il libero accesso ai centri di detenzione».

Non è la prima volta che i funzionari delle Nazioni Unite si vedono costretti a rimettere ordine fra le ottimistiche ricostruzioni fornite da Italia e Ue. Ancora nelle settimane scorse sia il capo della missione dell’Organizzazione dei migranti in Libia (Oim), sia l’alto commissario per i rifugiati Filippo Grandi, avevano dovuto spiegare come davvero stanno le cose. Il 10 maggio Grandi ha ricordato, a proposito dei guardacoste libici, che «i migranti vengono soccorsi e poi rimandati in un sistema che abusa delle persone».

A sostenere che la gestione dei flussi migratori non sia mai stato il primo pensiero dei governi di Tripoli è anche Sami Zaptia, direttore del quotidiano “Libya Herald”. «In Libia il tema dell'immigrazione illegale non è mai stato veramente visto come un problema - ha spiegato in un’intervista all’agenza Agi -. La sensazione è invece che l'Italia e l'Europa siano concentrate solo su quello, anche a costo di fare accordi con le milizie».

Nelle prossime settimane il Parlamento italiano dovrà discutere il rinnovo del sostegno alla cosiddetta guardia costiera libica, costata fino ad ora oltre 800 milioni di euro, e che non di rado ha ricambiato l’interessato favore con ambigue manovre in mare, omissioni di soccorso, diverse stragi e un certo numero di raffiche sparate all’indirizzo di pescherecci italiani. Anche il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha insistito nel chiedere ai partner Ue di potenziare la missione navale europea Irini nel ruolo di addestramento dei guardacoste di Tripoli. «Nella Guardia Costiera libica non sono tutti degli angeli - ha osservato il direttore del “Libya Herald” -. Inoltre riportare i migranti in Libia, dove non abbiamo la capacità di rispettare gli standard internazionali, porta ad ulteriori crimini».

I clan hanno affinato le tecniche di taglieggiamento dei Paesi europei. E le frequenti partenze di queste settimane, proprio in vista del vertice a Roma con Dbeibah, fanno parte della trattativa a colpi di barconi. Un sistema di vera criminalità organizzata che Safa Msehli, portavoce dell’Oim da Ginevra, riassume in un tweet nel quale denuncia la sparizione di migliaia di persone: «Più di 10mila migranti sono stati intercettati quest’anno da “entità libiche” e sono stati portati in prigione. Ma oggi solo la metà di loro si trova in questi centri. Questo sistema è un abominio».

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