martedì 17 ottobre 2023
Pubblichiamo alcuni estratti della relazione tenuta ieri pomeriggio dal professore Andrea Riccardi alla Terza Università degli Studi di Roma, in occasione degli 80 anni dal terribile evento
Un momento della marcia organizzata ieri da Sant'Egidio al Ghetto di Roma

Un momento della marcia organizzata ieri da Sant'Egidio al Ghetto di Roma - Ansa

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“Accadono a Roma cose incredibili: stamani gruppi di fascisti, dicono insieme a qualche militare tedesco, hanno preso degli ebrei di ogni età e sesso e li hanno portato non si sa dove. Il fatto è certo, le modalità no”. Così scriveva nell’ultima pagina del Diario, l’ammiraglio di origine ebraica Augusto Capon, parzialmente paralizzato, combattente, patriota, fascista nonostante l’espulsione dalla regia marina per le leggi razziste, amico di Mussolini e critico di Badoglio per l’8 settembre.

Non aveva voluto abbandonare la casa romana, dov’era assistito dalla domestica Anastasia, malgrado le pressioni familiari (nascosti a Trevi, nella campagna umbra). Poté scrivere queste righe, perché fu prelevato alle 14 del 16 ottobre 1943 (la razzia era cominciata alle 5,15 di mattina). Lo trovarono in divisa con tante decorazioni, una difesa che non servì a nulla. La sua storia non rappresentava niente di fronte ai nazisti, per cui era solo un ebreo da avviare alla morte, un untermensh, il cui vissuto era niente per i persecutori. Lo portarono, come gli altri ebrei romani, al Collegio Militare con Anastasia, poi obbligata ad abbandonarlo. Lì tentò di far vedere al comandante tedesco una lettera di Mussolini che si congratulava con lui per le sue azioni meritorie, ma questi gli disse seccamente: “Per me lei è sempre un ebreo e basta”. Capon è uno dei 1024 ebrei deportati. Ognuno e ognuna ha una storia (...)

La razzia rappresentò un impatto personale fortissimo con il dramma degli ebrei da parte di non pochi romani. Erano stati isolati dalle leggi razziste del 1938, nell’indifferenza dei più, compagni di scuola, amici di sempre, vicini di casa. Quell’isolamento fu la premessa che facilitò la razzia. Fino al 16 ottobre solo un ristretto numero di romani ebbe coscienza del dolore degli ebrei e della pericolosità del loro isolamento. Ma -come nota Marco Impagliazzo che ha curato “La resistenza silenziosa”, un ricco volume di storie di vita di ebrei- “gli ebrei romani quasi non avevano nemici” Tanto che il rabbino Toaff afferma in quel testo: “Vi fu antisemitismo di Stato, non di popolo”. (...)

Un migliaio di ebrei s’incamminava nel tunnel con l’angoscia di chi non si aspetta niente di buono: “I tedeschi davano ordini nella loro lingua e nessuno li capiva. Allora le SS colpivano con il calcio del fucile” -racconta Wachsberger. Roma assisteva al dramma con tanti volti: partecipe, addolorato, indifferente, lontano, distratto, concentrato su di sé. Si apriva un tempo, fino alla liberazione, in cui ogni romano poteva fare qualcosa per aiutare un ebreo a sopravvivere e a nascondersi. Decisioni individuali, talvolta costose, se non rischiose.

Forse l’unica realtà organizzata, fu la Chiesa romana che si aprì all’ospitalità clandestina, nei conventi, nelle zone extraterritoriali, nella Città del Vaticano, nelle parrocchie: nascose 4.300 persone secondo De Felice. Un recente documento dà 3.200 nominativi. Non si tiene conto però del fatto che le parrocchie sovente allocavano gli ebrei o i ricercati presso le famiglie, aiutandole nel sostentamento (che dipendeva molto dalle forniture che venivano dal Vaticano).

Il mondo dei nascosti dalle famiglie è spesso inesplorabile. Non si tiene conto di spazi come i palazzi extraterritoriali di San Calisto, dove la guardia palatina resse il confronto con un manipolo fascista che voleva entrare per catturare i rifugiati. L’abilità era stata allargare l’extraterritorialità vaticana a molti edifici religiosi italiani di Roma, su cui campeggiava un cartello a firma del comando tedesco: “questo edificio serve a scopi religiosi ed è alle dirette dipendenze dello Stato della Città del Vaticano. Sono interdette qualsiasi perquisizione e requisizione”.

I tedeschi sapevano che ebrei, renitenti e altri erano nascosti in questi spazi? Ne ebbero la prova con l’invasione dell’abbazia di San Paolo, effettuata dalla banda Koch, certo non senza l’autorizzazione tedesca. Così nel Seminario Lombardo. Ma la clandestinità resistette. Forse dopo il 16 ottobre non vollero problemi. Paolo Monelli ha scritto: “Sotto quell’apparente apatia di una cittadinanza che attendeva alle sue miserabili faccende, silenziosa, seria, tranquilla, c’era tutto un brulicare sotterraneo e assiduo…”. “Metà Roma nasconde l’altra metà” -si diceva.

Il 16 ottobre aveva mostrato l’inaspettata potenza di un male senza limite, abbattutosi sugli ebrei, in una città distratta e indifferente. A contatto con tanto dolore -come ho accennato- c’erano state reazioni individuali che mostrano come si può resistere al male a mani nude di fronte a una forza armata, spietata e vincente.

Il 16 ottobre 1943 ha cominciato a parlare molto tempo dopo, quando i superstiti hanno iniziato a ricordare, quando gli studiosi hanno cominciato a chinarsi su storie che sembravano piccole ma nascondevano un dramma di grandi proporzioni. In fondo c’è una tenace e nascosta volontà di non sapere e non ascoltare una storia che ci strappa dalla concentrazione sul nostro presente e sul nostro io, da quel vittimismo che caratterizza il nostro tempo.



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