venerdì 3 dicembre 2010
La Fondazione Migrantes ha fotografato per la quinta volta i nostri connazionali andati oltreconfine (il 6,7% della popolazione). Dai dati aggiornati ad aprile risulta che l’aumento, rispetto all’anno precedente, è di 113mila unità. Chi è andato via difficilmente ritorna.
- Ma quando saremo liberi di restare? di Domenico Delle Foglie
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Gli italiani partano ancora. Non con i bastimenti e per terre necessariamente assai lontane, ma continuano a emigrare. Cambiano le modalità e cadono dei luoghi comuni: è quanto fotografa il quinto rapporto Italiani nel mondo, curato dalla Fondazione Migrantes, l’organismo della Cei che si occupa appunto di immigrazione. All’8 aprile di quest’anno, i cittadini iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) erano 4.028.370, pari al 6,7 per cento dei residenti in Italia, circa 60 milioni. Tra quelli che partono, soprattutto giovani e donne. Il numero è quasi pari a quello degli stranieri residenti nella Penisola. L’aumento rispetto all’anno precedente è di 113mila unità. Gli italiani, in maggioranza, vanno in Argentina e in Germania, che accolgono entrambe 600mila connazionali, segue la Svizzera che ne accoglie 500mila. Ma le terre assai lontane non mancano: il 3,2 per cento risiede in Oceania e solo lo 0,9 in Asia.Cambiano anche le motivazioni. Spiega monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes: «Il bisogno non è, per lo più, quello della sopravvivenza, bensì quello dell’affermazione professionale, della messa a frutto dei propri studi, della valorizzazione delle proprie capacità imprenditoriali, dell’interesse a sintesi culturali più ampie, della formazione universitaria, oggi favorita anche da progetti europei, pensiamo all’Erasmus». Questo spiega perché la nuova emigrazione è giovanile: più della metà di questi quattro milioni non è neppure sposata.Migrantes lamenta nei confronti di questi italiani una scarsa sensibilità da parte di chi resta in patria: «Questa disaffezione concettuale – dice monsignor Perego – rischia di farci diventare un Paese dalle radici dimenticate e genera una profonda amarezza, perché la rete degli italiani all’estero potrebbe fornire all’Italia spunti di rinnovamento in questa persistente fase di stallo aggravata dalla crisi europea e internazionale».Chi è andato via difficilmente ritorna. Il rimpatrio rispetto al passato ha dimensioni più limitate. Piuttosto, esiste quello che alla Migrantes chiamano «ritorno virtuale», vale a dire il rientro di esperienze, di idee, di modelli, di scambi di iniziative congiunte.Il Rapporto offre anche spunti di riflessioni per individuare una nuova pastorale rivolta a questi italiani. «Va considerato – dice il direttore della Migrantes – che la religiosità popolare che gli italiani si portano appresso, con le sue profonde radici di fede, resta valida, ma dentro un contesto profondamente cambiato che chiede soprattutto in Europa una nuova evangelizzazione».L’analisi acuta e vivace della Migrantes aiuta a superare una serie di stereotipi e antiche ed errate convinzioni: «Prima di tutto – dice Delfina Licata, capo redattore del dossier – all’origine del fenomeno non bisogna collocare più l’arretratezza meridionale, perché nessuna regione italiana è stata esclusa dal flusso emigratorio». È, infatti, storia che all’inizio del Novecento, Piemonte, Veneto, Trentino, Friuli, Lombardia e poi Campania siano state in queste ordine le regioni da cui sono partiti più italiani. Non è dunque vero, o almeno non lo è più, che l’emigrato tipo sia uomo del Sud: «I migranti italiani – dice ancora Licata – sono stati molto più frequentemente commercianti e artigiani piuttosto che contadini. Semmai ci sono stati piccoli proprietari terrieri che sono partiti».Da ultimo, il problema dei cervelli in fuga. Risulta che su tremila giovani stagisti tra i 26 e i 30 anni, uno su tre offre all’estero la propria formazione in cambio di nulla, e meno di 1 su 5 ottiene un contratto a tempo indeterminato. «Ciò si spiega – dice con amarezza monsignor Perego – con la nostra politica che non favorisce certo la ricerca».
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