martedì 19 novembre 2019
A trent’anni dalla Convenzione Onu, cento associazioni danno i voti alle istituzioni del nostro Paese Su sanità, educazione, tutele la strada appare ancora lunga
Italia bocciata su minori e diritti
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I Comuni della Provincia autonoma di Trento destinano per i servizi alla prima infanzia, 0-2 anni, una media di 2.200 euro annui per ciascun bambino. Emilia Romagna e Lazio sono fermi a 1.600 euro. In Puglia si scende a 285, in Campania a 219 per arrivare al fanalino di coda Calabria, solo 90 euro annui, che vuol dire 7,5 euro al mese per ogni piccolo. È la fotografia di uno spicchio delle tante diseguaglianze italiane scattata nel documento realizzato dal Gruppo di lavoro Crc, la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, di cui domani si ricordano i 30 anni.

Al gruppo collaborano un centinaio di associazioni coordinate da Save the Children. Dal documento emerge un Paese che, nella protezione e della tutela dei minori, mostra un atteggiamento ondivago tra incuria e indifferenza. A cominciare dal disinteresse con cui le istituzioni hanno accompagnato la nascita dell’Osservatorio per l’infanzia e l’adolescenza, sorto nel 2007 sulla base di una legge approvata dieci anni prima. Non solo l’organismo ha sempre funzionato a singhiozzo ma a livello regionale, l’istituzione di un Osservatore per l’infanzia e l’adolescenza è realtà davvero stabile e consolidata solo in Lombardia, Emilia- Romagna, Toscana, Marche e Umbria. Trascuratezza che è specchio dello scarso rilievo attribuito al tema ai diversi livelli istituzionali. E che l’Onu ha più volte richiamato nell’ambito delle osservazioni rispetto all’attuazione della Convenzione in Italia.

«Non possiamo ignorare – si legge nel documento – quello che migliaia di giovani, anche in Italia, stanno chiedendo a gran voce nelle manifestazioni di piazza che si sono succedute, legate principalmente ad istanze ambientali, ma che hanno messo chiaramente in evidenza come non possa essere più ignorata 'la voce dei ragazzi'». Tra gli aspetti più allarmanti, come detto, le «disparità esistenti tra le regioni relativamente all’accesso ai servizi sanitari, allo standard di vita essenziale, ad un alloggio adeguato e all’accesso all’istruzione di tutti i minorenni del Paese».

Nel documento anche un’ampia ricognizione delle risorse stanziate per l’infanzia e l’adolescenza. «Da un lato – si precisa – occorre notare che a partire dal 2018, e soprattutto dal 2019 con il Reddito di Cittadinanza, la quantità di risorse immesse dallo Stato per contrastare la povertà è aumentata; dall’altro però, la qualità e la coerenza delle misure e delle prestazioni a sostegno delle famiglie e delle persone di età minore sono sporadiche e selettive. Questo ha generato l’aumento dei divari territoriali». Ecco perché è importante «condurre valutazioni periodiche sull’impatto che gli stanziamenti di bilancio hanno sulle persone di età minore per garantire che siano efficaci, efficienti e sostenibili con un’attenzione particolare alle persone di età minore in situazioni svantaggiate o vulnerabili che potrebbero richiedere misure sociali incisive».

Tante le sottolineature critiche nelle 85 pagine del rapporto Crc. A cominciare dall’impossibilità di avere un quadro realistico della situazione per la mancanza di banche dati aggiornate. In particolare, si fa notare, mancano informazioni sulle persone di età minore fuori dalla famiglia d’origine, «in particolare del numero e delle caratteristiche del loro percorso di accoglienza»; dei minorenni adottabili e delle coppie disponibili ad adottare; dei bambini con disabilità nella fascia di età 0-5 anni.

Nell’ampio capitolo dei minori fuori famiglia si ricordano aspetti positivi legati «alla crescita di ricerche e progetti di sensibilizzazione, formazione e approfondimento», come il Care Leavers Network (Agevolando, Sos Villaggio Bambini e Cnca) in cui sono ormai rappresentate 13 regioni. Meno incoraggiante il capitolo sulle violenze domestiche in cui si sottolinea che sono 427 mila bambini testimoni diretti o indiretti dei maltrattamenti in casa nei confronti delle loro mamme, quasi sempre per mano dell’uomo (60,3% nel 2006, 69% nel 2014). Ma non si dimenticano neppure i tanti aspetti legati alla violenza psicologica. «In un clima in cui le separazioni e i divorzi vedono le parti sempre più agguerrite, anche con reciproche accuse basate su categorie diagnostiche non riconosciute dalle comunità scientifiche (Pas), e con aspri conflitti per l’affidamento dei figli, appare oltremodo indispensabile approfondire il concetto», con una valutazione più attenta circa le motivazioni relative al rifiuto da parte di un bambino di vedere il genitore non convivente.

«È noto infatti che i segnali di disagio dei bambini possono essere espressione di un’ampia pletora di sofferenze con differenti cause scatenanti. È per tale motivo che in tutti i casi giudiziari che coinvolgono minorenni, in cui è più elevato il rischio di innescare un abuso istituzionale o una vittimizzazione secondaria, occorre disporre di operatori di comprovata competenza sulla psicologia dell’età evolutiva e di metodologie di ascolto del minorenne inattaccabili dalle parti in causa». E oggi questo avviene molto raramente. Nel nostro Paese, ha ricordato il presidente di Unicef Italia, Francesco Samengo, «vivono circa 10 milioni di bambini e ragazzi sotto i 18 anni di età e rappresentano il gruppo a maggior rischio di povertà: circa il 12,1% dei bambini vive in povertà assoluta ». Non solo povertà materiale quindi, ma anche mancanza di protezione sociale, cure sanitarie adeguate, cibo sano, alloggi salubri, giochi, sport, educazione. Trent’anni dopo la Convenzione, la strada per i diritti dei minori è ancora lunga.

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