martedì 20 febbraio 2024
In un libro di Andrea Gianni le tracce politiche nel pensiero del fondatore di Cl. La necessità di operare per il bene comune e i rischi di cadere nella logica del potere
Don Luigi Giussani, servo di Dio

Don Luigi Giussani, servo di Dio - Archivio

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Ho appena finito di leggere un bel libro di Andrea Gianni (A. Gianni, Passione per l’uomo, passione per la libertà. Tracce di politica nel pensiero di Luigi Giussani, edizioni Cantagalli/Facoltà Teologica di Lugano, 2023, pagine 130, 12,00€) sul pensiero politico di don Giussani. Andrea Gianni è uno di quei giessini che al tempo della grande crisi di GS (Gioventù Studentesca) nel ’68, quando tanti abbandonarono don Giussani, gli rimasero fedeli e crearono il Centro culturale Charles Peguy che fu il nucleo da cui nascerà Comunione e Liberazione. Insieme con Sante Bagnoli, Maretta Campi e Paolo Volpara lo ritroviamo anche agli inizi della casa editrice Jaca Book. È stato uno dei discepoli più fedeli e più intelligenti di don Giussani ed ha dunque tutte le carte in regola per presentarci il suo pensiero.

Gianni inizia con il senso religioso e l’esperienza cristiana. Il senso religioso è la domanda, con cui l’uomo entra nella vita e l’esperienza cristiana è la risposta che Dio da e che l’uomo riconosce. La esperienza cristiana risponde al senso religioso e lo compie. Il senso religioso contiene alcuni criteri che consentono di distinguere la risposta giusta dalle risposte sbagliate, il Messia vero dai falsi profeti. Il senso religioso rimane come un’istanza critica all’interno dell’esperienza cristiana che non può tradire quella domanda originaria e deve essere sempre pronta a rendere ragione della propria fede. Se non lo fa, perde il contatto con la vita di tutti gli altri uomini, cessa di essere missionaria e tradisce sé stessa.

A partire da qui, segnalo due concetti importanti per la storia e per il presente dell’impegno politico dei cattolici. Uno è quello di bene comune e l’altro è quello di autoreferenzialità. La politica entra in crisi quando passa l’idea che il criterio della moralità politica è “l’utile della Chiesa” (o del Movimento) e non il bene comune della nazione e la libertà di tutti. Da qui nasce la autoreferenzialità, e quindi la caduta della tensione missionaria. L’autoreferenzialità è il contrario della “Chiesa in uscita” di cui parla Papa Francesco ( “Chiesa in uscita “=“ Movimento”).

Il senso religioso è il desiderio costitutivo del cuore dell’uomo. Il potere mondano cerca di annegare questo desiderio nel mare della soddisfazione di bisogni particolari, veri o inventati mentre l’oggetto adeguato del desiderio del cuore è la gloria di Dio. Un’ombra della gloria si riflette nella vita rinnovata della comunità dei discepoli di Cristo.

Questa vita rinnovata entra necessariamente in rapporto con le potenze del mondo. Si confronta con il potere.

Il potere è tutto ciò che vuole impedirmi di dire “io”, che mi considera una variabile già calcolata di una teoria generale di cui esso possiede la chiave; mi dice, cioè, che la mia esperienza ed il mio desiderio sono irrilevanti. Di qui uno degli “aforismi” più celebri del sacerdote lombardo: «L’io si afferma opponendosi».

È a partire da qui che si comprende la simpatia critica di Giussani per i movimenti anti/sistema. Essi si ribellano contro un sistema in cui per il loro desiderio di felicità non c’è posto. Quel desiderio però è indeterminato e quindi distruttivo e/o facilmente strumentalizzabile da parte del potere.

Come dice Montale «Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Il potere vuole ricondurre la contestazione all’interno dell’ordine stabilito. La fede nomina l’oggetto vero del desiderio e converte l’energia distruttiva della contestazione in lavoro per costruire «forme nuove e più umane di vita per l’uomo».

Non può esserci una prassi di liberazione se non a partire da un soggetto nuovo che fa una esperienza di liberazione. Un nuovo pensiero è il risultato di un nuovo soggetto comunionale. Ma a partire da qui, si pone la domanda: come si articola la prassi di questo soggetto nuovo in modo che l’origine (la comunione generata dalla presenza di Cristo) si riproponga nelle conseguenze, nell’azione sociale e politica? C’è il pericolo che entrando nel mondo della politica il cristiano si lasci assorbire dalla logica del potere e faccia politica come tutti con l’unica differenza che il potere che lui difende è quello della Chiesa (o, peggio, del Movimento). Oppure c’è il pericolo che il cristiano rinunci alla dimensione della politica e si rassegni a non incidere nella storia del mondo.

Giussani non offre una ricetta per uscire da questo dilemma. Indica però una direzione di ricerca per trovare una soluzione. Ci dice che la fede genera una cultura nuova come riflessione sistematica e critica sulla esperienza, cioè come autocoscienza di un popolo in cammino dentro la storia portatore di una proposta di libertà e di bene per tutti. Esso dialoga con tutti proponendo non un programma di partito ma un modo di essere nuovo nella politica. La domanda fondamentale non è “che fare?” ma “come essere?” L’accento si sposta dal tema, ormai consumato, del partito cattolico a quello di una pratica cristiana della politica.

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