sabato 23 marzo 2019
Da direttore centrale di banca a imprenditrice solidale in Tanzania, per cambiare la vita ai bambini: così sta sta rivoluzionando un'intera regione grazie a 90 giovani monaci e tre università italiane
Tiziana Bernardi e i bimbi di Mvimwa coi golfini rossi, che è anche il nome della onlus voluta dalla imprenditrice milanese. (Foto di Bianca Rizzi)

Tiziana Bernardi e i bimbi di Mvimwa coi golfini rossi, che è anche il nome della onlus voluta dalla imprenditrice milanese. (Foto di Bianca Rizzi)

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È quella che si dice una donna in carriera, Tiziana Bernardi, 60 anni, 40 passati a ricoprire alte cariche nelle maggiori banche, partita come impiegata e approdata alla poltrona di direttore centrale di Unicredit, nonché amministratore delegato di una delle più grandi aziende del Gruppo, da lei fondata e capitanata con migliaia di dipendenti e filiali in mezza Europa. «Tre anni fa da un giorno all’altro ho dato le dimissioni. Ho lasciato il mondo dei miliardi ma non il mestiere: ora l’impresa che gestisco è ancora più grande e richiede la stessa managerialità, solo che è sperduta nella savana e ha un obiettivo altissimo, cambiare il mondo». Almeno quello intorno al monastero benedettino di Mvimwa, incontrato durante un viaggio avventuroso in Tanzania e diventato la sua sfida imprenditoriale più ambiziosa.

Una studentessa italiana informa una madre del villaggio (Foto Bianca Rizzi)

Una studentessa italiana informa una madre del villaggio (Foto Bianca Rizzi)

Ci accoglie nel salone della sua villa storica, a Cornaredo, dove ha convocato i collaboratori più stretti, com’era solita fare nella sua vita precedente: «Ho scritto un enorme progetto affinché il monastero, che sorge nella regione più arretrata della Tanzania, sia protagonista della trasformazione sociale dei dieci villaggi intorno, abitati da 20mila persone, poi di tutto il distretto di Nkasi (320mila persone), infine dell’intera ragione di Rukwa, un milione e mezzo di abitanti, il 60% dei bambini denutriti e una vita media di 50 anni. Perché un modello che in piccolo ha successo è sempre replicabile in grande», spiega mostrando i contratti già stipulati con università e imprese italiane e straniere, i dati raccolti sul territorio, le strategie e gli obiettivi finali, che vedono anche la fondazione di un’università specializzata in Scienze della nutrizione infantile e in Agraria.

Trasformare la crisi in risorsa: è la deformazione professionale di Tiziana, accolta come una benedizione dall’abate del monastero il giorno in cui, cinque anni fa, se la vide arrivare per caso con al seguito una quindicina di “turisti”. «Ero partita con uno dei miei due figli e diversi amici perché una brutta notizia mi aveva stroncata. A mio marito Carlo era stato diagnosticato una rara forma di tumore inoperabile e con prospettive di sopravvivenza quasi nulle, per la prima volta ero schiacciata, mi fermai a chiedermi che cosa ci stiamo a fare quaggiù. Non avevo una ricetta ma ero consapevole che la vita andava riformulata... Carlo poi fu curato con alcuni farmaci sperimentali e guarì, ma io avevo bisogno di capire, così organizzai questo viaggio tra orfanotrofi». Non un’esperienza del tutto nuova per la dirigente, che in passato si era inventata di portare i manager delle sue banche a fare formazione nei centri di accoglienza africani anziché nelle capitali europee: «Invece di organizzare a Londra i corsi di inglese, li portavo al Kivuli Center di Nairobi, tra i duemila bambini orfani di padre Kizito. La mattina seguivano le lezioni con i docenti venuti dall’Inghilterra, al pomeriggio facevano volontariato, e l’accordo prevedeva che gli insegnanti erogassero gratuitamente altrettante ore di inglese ai bambini di strada. Alla fine conveniva a tutti».

Arrivata al monastero di Mvimwa, qualcosa successe. «Io, la persona più razionale del mondo, ebbi una folgorazione. Avevo 56 anni e dovevo ricominciare tutto da capo. Non ero mai stata prima in un monastero, ma quel giorno mi confessai per tre ore con padre Lawrence, oggi per me come un figlio. Parte del nostro gruppo continuò il tour, io restai qualche giorno lì, dove l'abate mi scrutò nell'anima e mi disse che sarei diventata l'ambasciatrice del suo monastero nel mondo. Lì per lì non capii, tre mesi dopo negoziavo le dimissioni da Unicredit e mi accordavo con l’abate: tu preghi, io lavoro ma mi dai carta bianca». L’obiettivo era alto: combattere la fame, assicurare assistenza sanitaria di base, educare su igiene e nutrizione, creare imprese e posti di lavoro, il tutto mobilitando il monastero per arrivare, con un effetto domino, a tutta la regione. «I novanta missionari benedettini, tutti tanzaniani, giovani ed entusiasti, erano fedeli alla regola dell’ora et labora, pregavano e lavoravano... ma la parte “lavoro” era per approssimazione, ci voleva un bel un piano industriale». L’abate poi lo ha inserito nella regola e ognuno dei novanta monaci oggi è protagonista del cambiamento, coinvolgendo i capi villaggio e via via la popolazione.

I benedettini di Mvimwa (Foto di Bianca Rizzi)

I benedettini di Mvimwa (Foto di Bianca Rizzi)


La parola utopia non è ammessa, «se vogliamo che un altro mondo sia possibile, l’unica cosa da fare è vivere come se già esistesse», spiega Tiziana Bernardi, mostrando le foto dell’ex hotel di lusso da poco acquistato per ospitare la futura università. «Era stato espropriato a un imprenditore africano inadempiente e io, grazie a un solo benefattore italiano, l’ho fatto comprare all’asta dal monastero a un prezzo vantaggioso... In tre mesi, dall'idea dell'acquisto eravamo al rogito». Il resto lo ha raggiunto sfruttando i suoi contatti: «Non ho cercato gli amici ma le eccellenze professionali», così oggi come partner ha l’università di Parma, il Campus Biomedico di Roma, il Politecnico di Milano e il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), in una logica di reciproco interesse: «Loro aiutano noi, noi diamo ai loro studenti la materia per tesi di laurea e specializzazioni. Alla fine novanta benedettini africani hanno un partenariato che anche la Fao ci invidia».

I bambini con i golfini rossi alle primarie del monastero (Foto Bianca Rizzi)

I bambini con i golfini rossi alle primarie del monastero (Foto Bianca Rizzi)

La parola d’ordine è «incidere»: è inutile scavare un pozzo qua e uno là, «io ho questo monastero, e con questo miro a cambiarti le sorti di un intero territorio», il tutto (finora) senza bisogno di grandi capitali: medici, studenti, ingegneri, architetti, docenti universitari di varie discipline si sono pagati il viaggio e hanno condotto studi che a loro erano utili e al monastero non sono costati un euro. Ora però i progetti industriali devono partire e la onlus "Golfini Rossi" (l’uniforme dei bambini delle primarie in Africa) è pronta per entrare nella Cooperazione internazionale. «Golfini Rossi nell'organigramma ha scienziati, architetti, chirurghi, nutrizionisti, ricercatori nella trasformazione industriale del cibo, tutti volontari». Un Centro di tecnologia alimentare per la produzione della "pappa di Parma" (cibo iper nutriente che sarà prodotto da start up locali) è già avviato, come l’essiccatore a pannelli solari della portata di 800 chili al giorno che permette di conservare in modo asettico gli alimenti (non c'è energia elettrica nei villaggi e non esistono frigoriferi), sotto la guida di un giovane monaco laureando in chimica.

Frutta e carne grazie all'essiccatore saranno incontaminate. (Foto Bianca Rizzi)

Frutta e carne grazie all'essiccatore saranno incontaminate. (Foto Bianca Rizzi)

Intanto un centinaio di studenti italiani del Campus Biomedico e dell’ateneo di Parma, sotto la guida di medici e professori, censiscono nei villaggi i bambini non registrati all’anagrafe e assistono malati e disabili, che a breve troveranno nel monastero una casa ad hoc, con vitto, alloggio e un lavoro dignitoso, mentre gli studenti di ingegneria bio-medica del Politecnico, dopo aver già progettato un sistema di mobile clinic, andranno a Mvimwa per studiare le disabilità e progettare anche un centro di riabilitazione motoria. «Entro il 2019 sarà rinnovato il dispensario del monastero, attualmente fatiscente ma unico punto di riferimento raggiunto a piedi da migliaia di pazienti – continua Bernardi –. Diventarà un luogo di cura moderno, darà lavoro a molti ed erogherà corsi alle neo mamme su nutrizione e igiene: se forniamo acqua pulita ma poi i secchi sono contaminati a cosa serve?».

Docenti e studenti del Campus Biomedico di Roma impegnati sul campo nel progetto di cooperazione (Foto di Bianca Rizzi)

Docenti e studenti del Campus Biomedico di Roma impegnati sul campo nel progetto di cooperazione (Foto di Bianca Rizzi)

Il nuovo dispensario medico ancora in costruzione (Foto Bianca Rizzi)

Il nuovo dispensario medico ancora in costruzione (Foto Bianca Rizzi)

Il lavoro più grande è dunque culturale, coinvolgere i capi villaggio non è solo un fatto politico, le buone pratiche devono diventare patrimonio comune e consapevole: «A questo pensano i monaci, che sono il legame diretto con la popolazione, e le migliaia di suore della diocesi di Sumbawanga che, con il sostegno del vescovo Beatus Urassa e dei monaci di Mvimwa guidati dal nuovo abate Pambo Mkorwe, saranno formate per intercettare i casi urgenti di denutrizione». Insomma, non è utopistico pensare che da quel monastero sperduto nella savana, dal quale giunge il giusto grido della famiglia umana, possa essere rilanciata una nuova meravigliosa storia italiana fatta di generosità intellettuale, competenza scientifica e coraggio imprenditoriale: «Quanto sono fortunati i cento studenti che ho già portato giù per i work-camp?», fa notare la manager. Proiettati a diventare leader in "global health", si sono misurati con la difficoltà di operare in contesti in cui le persone sono rassegnate alla precarietà, hanno imparato il valore della mediazione, alla inadeguatezza dei mezzi hanno contrapposto l’audacia della passione: «In quale università riceverebbero queste lezioni?».

Gli studenti italiani collaborano con le donne dei villaggi (Foto Bianca Rizzi)

Gli studenti italiani collaborano con le donne dei villaggi (Foto Bianca Rizzi)

Ora i fondi serviranno, ma lei è tranquilla: «La Provvidenza risponde sempre, attraverso uomini di buona volontà». Lei stessa lo porta scritto nel suo Dna: «Sono nata a Nomadelfia, il villaggio di don Zeno, perché i miei genitori erano orfanelli. Papà e mamma crebbero, si sposarono ed ebbero cinque figli a Nomadelfia, comunità di cattolici che vivono la fraternità evangelica e che, giusto settant’anni fa, il 21 marzo 1949, si trasferì in Maremma. Poi la famiglia uscì quando avevo tre anni... Ma è stata Nomadelfia a folgorarmi in Tanzania, la sera in cui salimmo su una montagna e lì, sotto una grande croce, improvvisamente mi sono rivista bambina sotto la croce di don Zeno», rivela. E qui il cerchio si chiude: «Nomadelfia è piccola ma perfetta, solo 320 persone... ma quando un modello funziona lo si replica in grande», ripete. Da tempo la cittadella di don Zeno cercava un luogo nel mondo in cui portare la sua esperienza, «così un anno fa ho accompagnato al monastero di Mvimwa il suo successore don Ferdinando, 90 anni, e ho portato l’abate di Mvimwa, padre Denis, a Nomadelfia... Vedremo, la Provvidenza fa giri strani». Se migliaia di africani si salveranno, gira e rigira, sarà merito anche di don Zeno...

La grande croce di Mvimwa da cui è partita l'ispirazione di Golfini Rossi (Foto Bianca Rizzi)

La grande croce di Mvimwa da cui è partita l'ispirazione di Golfini Rossi (Foto Bianca Rizzi)

(Foto Bianca Rizzi)

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