giovedì 8 novembre 2018
Non chiese mai l’elemosina. Era un introverso, un originale e invecchiò grazie alla mano datagli in silenzio da generazioni di parmigiani del centro
La statua dedicata a Enzo 'Màt' Sicuri nel centro di Parma

La statua dedicata a Enzo 'Màt' Sicuri nel centro di Parma

La statua del clochard con la bicicletta spunta tra i tavolini di un bar e gli androni dei palazzi storici nella centralissima piazza della Macina a Parma. Che in Italia è l’unica città ad aver orgogliosamente dedicato un monumento a una persona senza dimora, per giunta nel salotto buono.

L’opera è di Maurizio Zaccardi, artista colpito come tanti concittadini durante l’infanzia dalla figura di questo filosofo di strada. I vandali le hanno rubato la sella e la bobina e le manca un pedale, ma la bici resiste come il ricordo del popolarissimo Enzo 'Màt' Sicuri, morto giusto nel 1988 a 80 anni suonati. Ha vissuto mezzo secolo nelle vie del passeggio della città ducale vestito di stracci con i suoi pochi 'averi': i cartoni, le cassette di frutta recuperate tra gli scarti della Ghiaia e la bici che gli serviva da mezzo di trasporto. Nel 1981 per un’ischemia ha finito i suoi giorni al ricovero per gli anziani.

Non chiese mai l’elemosina. Era 'sgruso', come in dialetto si chiamano gli introversi, invecchiò grazie alla mano datagli in silenzio da generazioni di parmigiani del centro, dove allora vigeva un forte collante solidale. Lo chiamavano 'Màt', era un originale, come si diceva allora, forse incompreso, ma tollerato. Adorava i libri e la musica lirica, fu coerente fino all’estremo con il suo spirito libero e antimaterialista che lo portò a scegliere di dormire in strada e a rifiutare un’eredità di un milione di lire negli anni Cinquanta.

Quando ormai era in ricovero lo portarono al Regio ad assistere all’opera, lui che da bambino aveva cantato in una corale col padre. Non si vestì neppure in quell’occasione, secondo la leggenda lasciò al guardaroba un cellophane, però pulito, indossato alla guisa degli antichi romani. Di solito sopra gli stracci indossava un sacco nero della spazzatura.

Tre giornalisti per i quali la figura del 'Màt' è un lontano ricordo d’infanzia, Francesco Dradi, Fabrizio Marcheselli – figlio dello scrittore Tiziano, l’unica persona cui Sicuri rilasciò un’intervista con la mediazione della volontaria Giovanna Lanati – e Antonio Cavaciuti, lo faranno rivivere presto in un docufilm ('L’ultimo Diogene', riprese di Renato Lisanti, Sicuri è interpretato dall’attore Alvaro Evangelisti) in cui si riascolterà la voce del 'Màt' registrata negli anni ’80. Il progetto sta cercando finanziamenti in crowfunding.

Chi è interessato può andare sul sito ufficiale www.matsicuri.it. «L’idea del docufilm – spiega Dradi – nasce da una visita guidata organizzata dall’associazione culturale 'Cronache del Novecento' per le vie dove lui ha vissuto. Hanno partecipato in tanti, la sua memoria è rimasta viva». L’obiettivo principale del docufilm, oltre al ricordo del clochard filosofo, è far riflettere sul cambiamento di valori quali la solidarietà e la tolleranza dei diversi. Sicuri definiva i parmigiani più buoni degli altri italiani.

E oggi? Cerchiamo una risposta con i tre autori nei suoi luoghi, borgo Giacomo, vicolo Fratelli Cervi, borgo Bruno Longhi, borgo Angelo Mazza, il Teatro Regio. «Oggi divieti e telecamere – prosegue Fabrizio Marcheselli – proibirebbero a un erede di 'Màt' Sicuri di vivere in centro. Inoltre sono quasi sparite le botteghe, sostituite dai negozi in franchising. I rapporti umani sono cambiati». I vagabondi delle stelle, come li chiamava Jack London, sono una ventina e stanno sotto i ponti o in casali abbandonati, ma non stanno nel centro.

Senza contare la mutata geografia umana attorno a piazza Garibaldi, che ha fatto dire al vescovo Enrico Solmi nell’ultima lettera pastorale che la periferia inizia in queste vie, nelle case non ristrutturate abitate da pensionati o affittate a famiglie povere, perlopiù di migranti, a fianco delle case dei nuovi ricchi.

«Questa è una differenza importante – commenta Antonio Cavaciuti –. Fino a qualche anno fa, in centro viveva gente povera o che aveva conosciuto la povertà. Era normale solidarizzare con uno che aveva deciso di vivere senza nulla ». Sicuri era un tipo caratteristico, ma pacifico. Si alterava solo se qualcuno provava a fotografarlo o con i vigili che volevano portargli via i cartoni. Fu denunciato una volta da un vigile che voleva sequestrargli una cassetta di cachi maturi, i quali nel tira e molla si spalmarono sulla divisa bianca di ordinanza.

«Alcuni avvocati del centro – ricorda Cavaciuti – lo difesero gratuitamente e la denuncia finì nel nulla». Non faceva paura, insomma, e in giro non c’erano politici che aizzavano la paura della gente verso i diversi e gli ultimi per avere consenso. E non c’erano i social e gli smartphone a riprendere ogni momento e ogni luogo. Eppure i cambiamenti epocali non hanno spazzato via i ricordi. Una delle rare foto che lo ritrae con un gruppo di amici è appesa al Bar Giacomo in borgo Angelo Mazza. Il titolare Giacomo Sartori, 82 anni, apriva a Sicuri il locale caldaie nelle notti più rigide degli inverni padani del secolo scorso. Invece il motto che ripeteva, «nella vita si può fare a meno di tutto, tranne che dell’aria per respirare», inciso sulla statua in piazzale della Macina, lo aveva imparato dall’incisore Dante Spaggiari, anticlericale coltissimo che aveva bottega proprio dietro la chiesa di San Vitale.

Sicuri trovava poi ristoro nell’antica Pasticceria Pagani in via XX marzo mentre l’antiquario Igino Consigli, titolare della storica galleria d’arte di via Longhi, discuteva per ore con lui di letteratura e lo lasciava lavare nel suo cortile, alla fontana di pozzo. Non furono tutte rose e fiori: i fascisti, che non tolleravano i senza dimora, lo arrestarono spesso. In tempi più recenti alcuni teppisti tentarono di dargli fuoco mentre dormiva. Oggi, nonostante sia il tempo dei selfie accanto alla sua statua, si ha l’impressione – o l’illusione – che qualcosa del suo spirito libero e della solidarietà che lo circondava non se ne sia andato insieme al secolo scorso.

La Caritas sforna 200 pasti al giorno grazie all’aiuto antispreco di mense scolastiche e aziendali, i volontari di Sant’Egidio ogni lunedi sera offrono pasti ai disperati in stazione, tra cui molte famiglie, i dormitori sono pieni e solo una ventina di persone dorme all’addiaccio.Chissà che il progetto del docufilm non sia contagioso e altri coraggiosi facciano rivivere le storie dei Diogene di altre città. Solitari, scontrosi, capaci di lasciare segni indelebili.

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