sabato 12 dicembre 2009
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Si ricorda ancora bene dell’enorme boato che squassò la sede della Banca Nazionale dell’Agri­coltura: le ferite, la paura, la fuga precipitosa dall’edificio, lo shock per lo spettacolo im­pressionante scorto nell’atrio devastato. Non ne ha mai parlato per quarant’anni, an­che perché la vicenda lo ha segnato per lungo tempo. La­vorava infatti al primo piano Flavio Nardin, all’epoca im­piegato da nove anni all’Uffi­cio portafoglio, assegni e va­glia, e rimase sconvolto – con i suoi colleghi – dall’attenta­to: ancor più quando ripen­sò di avere scampato la mor- per pochi minuti. «Erano passate da poco le 16 e 30 e mi ero appena seduto alla mia scrivania, dopo aver portato alcuni documenti passando per il salone dove si trovava il tavolo intorno al quale gli a­gricoltori facevano le loro contrattazioni». È il tavolo sotto cui fu lasciata la borsa con l’ordigno: «Ogni venerdì pomeriggio – racconta oggi Nardin – si incontravano presso la nostra sede di Mila­no tanti agricoltori, che ma­gari avevano il conto corren­te presso le nostre filiali dei paesi della campagna mila­nese: ce n’erano – snocciola ancora con precisione e in or­dine alfabetico – ad Abbiate­grasso, Binasco, Gorgonzola, Locate, Magenta, Melzo, Ner- Paullo, Rho, Rosate. Il venerdì pomeriggio, lascian­do talvolta in Piazza Fontana macchine mungitrici o trat­tori da vendere, contrattava­no merci e attrezzature riu­nendosi, sia fuori dalla ban­te ca, sia dentro, nel grande atrio circolare dove era stato collo­cato un tavolo, mentre tutt’intorno si trovavano gli sportelli dei vari servizi ban­cari ». Improvvisa si verificò la tragedia: «Vidi un grande ba­gliore invadere il locale e sen­tii un terribile scoppio scuo­tere l’ambiente: tutte le ve­trate dei nostri uffici che si af­facciavano sull’emiciclo in­terno andarono in frantumi. Milioni di schegge di vetro fu­rono proiettati in tutte le di­rezioni. E la luce saltò». Im­mediato si diffuse lo scompi­glio, il panico prese tutti gli impiegati: «Qualcuno diceva che era scoppiata la caldaia, tutti cercavano di guadagna­re l’uscita, ci fu una corsa ver­so la scala interna che con­duceva al salone, dove ci a­spettava però uno spettaco­lo terribile: pur nella semio­scurità – era una giornata gri­gia – si vedeva sangue dap­pertutto e poi corpi, orren­viano, damente mutilati, sparsi per tutto l’atrio». Lo spavento cre­sce, e la consapevolezza che era accaduto qualcosa di ve­ramente terribile: «Mi ritro­vai in strada senza cappotto né cappello (avevo lasciato anche l’orologio sulla scriva­nia) e come un automa mi di­ressi in una portineria per te­lefonare a mia moglie, a casa con due figli piccoli, e tran­quillizzarla. Ma lei, che era i­gnara dell’accaduto, trovò strano che tornassi a casa in­vece di fare un po’ di lavoro straordinario». Per tornare a casa, a Precot­to, doveva prendere la me­tropolitana: «Non ricordo co­me convinsi l’agente della stazione Duomo a lasciarmi passare così com’ero, senza biglietto: gli dissi che c’era stata un’esplosione e dovevo tornare a casa». Il signor Nar­din però non si vedeva allo specchio: l’agente Atm l’avrà visto sconvolto e ferito come lo notò la moglie, che sbiancò appena il marito si presentò alla porta di casa, in maglio­ne, sanguinante alle mani e alla testa, sguardo perso. Dai notiziari della sera, crebbe la consapevolezza che non si e­ra trattato di una disgrazia: «Mi vennero i brividi a ricor­dare come ero passato di fianco al punto dell’esplosio­ne pochi istanti prima...». E il senso di timore si protrasse a lungo: «Nei mesi successivi, il nostro ufficio fu spostato nella parte posteriore dell’e­dificio, con le finestre su via Larga: di lì, nei primi anni Set­tanta, si vedevano spesso i di­sordini tra polizia e gruppi di manifestanti, ma noi abbas­savamo subito le tapparelle perché temevamo sempre qualche pallottola vagante». Il buco causato dalla bomba
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