domenica 20 dicembre 2009
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Prima studiano la figura, la disegnano con cura sulla tavola preparata con gesso e colla di coniglio, poi stendono i colori, e con la tecnica della lumeggiatura, pennellata dopo pennellata, la luce viene fuori e l’icona trasmette il suo messaggio. Un miracolo artistico, frutto di una lunga ricerca interiore e teologica. Ancor più straordinario se avviene nel chiuso di una cella di un carcere di alta sicurezza. Eppure, da quattro anni, un drappello di detenuti della casa circondariale di Brucoli-Augusta, tutti condannati a pene molto lunghe per associazione mafiosa e traffico di droga, aspetta con ansia le lezioni di teologia, filosofia e iconografia bizantina, straordinari strumenti di evasione e di scoperta della propria ricchezza interiore. Non parlano volentieri di come si sono ritrovati dietro le sbarre. Ma i loro occhi si illuminano quando qualcuno si interessa al loro cambiamento interiore, cominciato con l’ascolto della Parola di Dio.Sembra incredibile, ma Vincenzo Scuderi, catanese di 46 anni, in prigione da nove, parlando con alcuni studenti dell’Istituto d’arte di Siracusa, confida: «Quando sto disteso nella mia cella, penso a come fare per tirare fuori quello che ho dentro». Il suo futuro, certo, si prospetta difficile, ma lui ha deciso di dargli una dimensione progettuale. Si è iscritto a scuola, l’anno prossimo vuole cominciare l’Accademia di belle arti, ha letto tre volte la Divina commedia e pensa già a come fare la tesi: dipingere ogni cantica dantesca nelle icone. «Con questi sette detenuti abbiamo cercato di avviare un percorso di ricerca del volto di Dio, che ciascuno ha dentro» spiega Mirella Roccasalva Firenze, docente di religione all’Istituto d’arte di Siracusa ed esperta di iconografia bizantina e slava. Anche lei, assieme alla psicologa Anna Maria Corpaci, a don Giuseppe Lombardo, a Pippo Romano, a Giovanni Burgio, fa parte del gruppo di 16 volontari della Caritas di Siracusa, provenienti da Comunione e Liberazione e dal movimento Russia cristiana San Vladimir, che da cinque anni lavorano all’interno del carcere diretto da Antonio Gelardi. Una fortezza con 600 detenuti, a fronte dei 300 posti di capienza regolamentare, di cui il 30-35% stranieri, 50 in alta sicurezza, quasi tutti con condanna definitiva. I problemi di personale non mancano, solo 2 gli educatori sui 15 previsti. Pochissimi contatti col territorio, per mancanza di cooperative sociali e disponibilità di aziende ed enti locali. «Ma abbiamo appena fatto partire un’iniziativa di lavoro all’esterno per 13 detenuti – racconta –, grazie a un progetto di inclusione sociale del ministero dell’Interno in accordo con la Provincia di Siracusa. Dopo un periodo di formazione, i detenuti attraverso la cooperativa Laire, convenzionata col Comune di Augusta, si occuperanno di manutenzione del verde pubblico e dell’edilizia scolastica». Un’iniziativa che si affianca ai corsi scolastici, ai laboratori di canto, ceramica, teatro, burattini, computer, all’officina di lavori in ferro per l’amministrazione penitenziaria.Ed è soprattutto lo studio ad aver tirato fuori il meglio da decine di ospiti del carcere. «Quando ho cominciato – spiega don Giuseppe Lombardo, che è anche parroco della chiesa del Carmine a Ortigia e docente all’istituto teologico San Paolo a Catania – ho accompagnato sette detenuti all’esame di Stato e uno si è pure laureato all’Accademia di belle arti, mentre un altro, Giacomo Scalzo, sta completando Scienze giuridiche. Tutti coloro che ho incontrato raccontano che questo tempo è servito loro per rivisitare la loro vita alla luce della ricerca spirituale». Poi è nato anche il corso di teologia con 5 detenuti di alta sicurezza. «Leggiamo la Bibbia, la commentiamo. I miei allievi mettono fuori le loro difficoltà e io cerco di mettere in evidenza il positivo» aggiunge Giovanni Burgio, docente in pensione, che un detenuto di Mazara del Vallo, Diego Buzzotta, definisce «indomito guerriero della fede».È lui uno dei suoi miracoli viventi, un uomo che ha già scontato 11 anni e che è capace di scrivere: «Mi sono reso conto solo adesso che la maturità cristiana non consiste nel vedere Dio nello straordinario, ma vivere la sua presenza della quotidianità». Soprattutto attraverso le persone poste su questo cammino. Ne è convinto Francesco Antinolfi, 53 anni, di Napoli, ex insegnante. «Credo che noi tutti abbiamo bisogno di vedere davanti a noi persone che nel modo di affrontare il reale, di reagire davanti alle provocazioni della vita, introducono una luce in mezzo alla confusione del modo in cui viviamo la nostra vita».
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