lunedì 6 dicembre 2021
Eccezionale scoperta dell'Alma mater, in collaborazione con l'Università di Bologna e la Valle dei tempi. Novità anche sulla grande dimora «a pastàs».
Le due fornaci

Le due fornaci - Foto dell'Università di Bologna

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Gli archeologi dell’Alma Mater ad Agrigento hanno portato interamente alla luce due eccezionali fornaci, utilizzate per la produzione di ceramica, e hanno approfondito le indagini su una grande casa privata con decorazioni in perfetto stato di conservazione. Le due nuove campagne di scavo nel capoluogo siciliano sono state avviate sotto la guida dell’Università di Bologna e realizzate grazie da una stretta collaborazione con il Parco Archeologico e Paesaggistico Valle dei Templi.

I lavori delle due fornaci, diretti dal professore Vincenzo Baldoni, hanno avuto inizio due anni fa all’interno di un precedente progetto sulle attività produttive nell’antica città. Situate nell’area artigianale, si distinguono per la loro forma: una rettangolare, in parte scavata e in parte costruita su un pendio a sud delle antiche mura, e una circolare, ubicata a poca distanza e con un diverso orientamenti. Entrambi le opere sono databili tra la fine del VI e la metà del V secolo a.C.: i tanti materiali di scarto ritrovati al loro interno e negli scarichi adiacenti hanno permesso agli studiosi di collocare l’attività degli impianti in questo periodo. Tra questi ci sono in particolare anfore da trasporto di tipo “greco-occidentale”, tegole, altre classi di ceramiche ed anche distanziatori e sostegni che venivano utilizzati dagli artigiani per le loro attività.

Spiega il professor Baldoni: «Le indagini in questa area forniscono nuovi e rilevanti dati sul tema della produzione artigianale di Agrigento e, più in generale, sull’economia dell’antica città greca, in uno dei suoi periodi di maggiore sviluppo e fioritura [...]. Nei prossimi anni vogliamo proseguire e ampliare queste indagini, con l’obiettivo di comprendere più nel dettaglio l’articolazione dell’area, dei suoi impianti produttivi e dei manufatti che qui si realizzavano».

L’altra campagna di ricerca, iniziata nel 2016 e guidata dal professore Giuseppe Lepore, si concentra sullo scavo di una casa nel quartiere ellenistico-romano. I nuovi scavi hanno permesso di identificare meglio la grande dimora costruita tra la fine del III e l’inizio del II secolo a.C.. Si tratta di una casa a pastàs, edificata secondo uno schema tipico del mondo greco, con un portico trasversale che disimpegna gli ambienti più prestigiosi della casa, tutti disposti nel settore nord. Particolarmente interessate è il suo perfetto stato di conservazione, favorito da un crollo, avvenuto forse nel II secolo d.C., che ha sigillato gli ambienti.

«La distruzione o la demolizione dell’edificio ci ha permesso di riportare alla luce i pavimenti e le pitture parietali del piano superiore, oltre a frammenti di un grande mosaico policromo e pregevoli pitture riferibili al cosiddetto ‘secondo stile pompeiano’ (meglio noto come ‘stile architettonico’) che si trovavano sul pavimento del piano terra - spiega il professor Lepore -. Gli scavi continueranno anche nei prossimi anni, con l’obiettivo di arrivare ad una ricostruzione completa di questo contesto abitativo privato, nato in età ellenistica e vissuto fino all’età medio-imperiale”.

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