sabato 14 ottobre 2017
Marta Fana, economista: abitua i giovani a non avere diritti. Bastano lo studio e lo sviluppo delle conoscenze
La manifestazioni del 13 ottobre (Lapresse)

La manifestazioni del 13 ottobre (Lapresse)

«Credo ci sia poco da migliorare, per me l’alternanza scuola-lavoro andrebbe cancellata, perché riflette una concezione sbagliata della formazione e del lavoro stesso». Marta Fana, ricercatrice in Economia presso l’Istituto di studi politici di Sciences Po a Parigi, è come sempre netta. Al tema dell’alternanza scuola-lavoro ha dedicato un capitolo, assai critico, nel suo libro 'Non è lavoro, è sfruttamento' appena edito da Laterza.

Marta Fana

Marta Fana

Hanno ragione gli studenti a protestare? Nel suo libro, Lei descrive l’alternanza scuola- lavoro semplicemente come un lavoro gratuito, un regalo alle grandi aziende…

Hanno più che ragione e dovrebbero coinvolgere nella protesta tutto quel pezzo di mondo del lavoro costretto a lavorare gratis: dagli immigrati agli scontrinisti, quei giovani che lavoravano alla Biblioteca nazionale in maniera continuativa e venivano poi pagati con il rimborso di scontrini fiscali. Più precisamente considero l’alternanza scuola-lavoro obbligatoria come da legge sulla Buona Scuola una misura classista e di disciplinamento degli studenti. Avviare gli studenti al mercato del lavoro imponendo loro lavoro gratuito di ogni sorta – il più delle volte strettamente legato alle reti di cui dispone la scuola o la famiglia di appartenenza – li abitua ai ricatti e ad accettare un mondo del lavoro senza diritti: dall’organizzazione del lavoro alle retribuzioni, ecc...

Non ritiene che ci sia comunque molto da conoscere e da imparare da un’esperienza di alternanza in termini di senso del lavoro, di impegno, di capacità di relazionarsi con persone, colleghi, clienti, ecc.?

Lo studio e la conoscenza sono egregi strumenti di apprendimento, di impegno, di creatività, di solidarietà. Per quanto attiene al lavoro in senso stretto non si capisce perché queste esperienze non debbano godere di diritti, imparare che viviamo in un mondo dove bisogna pretendere il rispetto e la dignità. Inoltre, stiamo obbligando gli studenti a svolgere attività poco qualificate nel mercato che presenta la più scarsa domanda di lavoro a livello europea, quello italiano. Nessuno si chiede mai quale lavoro...

Ma l’alternanza scuola-lavoro, come il sistema duale tedesco, non sono invece una modalità utile per collegare meglio formazione e lavoro, facilitare poi l’incontro tra domanda e offerta e migliorare l’occupabilità delle persone?

Un tale modello, in realtà, implica un forte investimento in formazione e una visione di quale debba essere il lavoro di domani: tecnici, idraulici, elettricisti specializzati. Quindi i progetti di alternanza si collocano in uno sviluppo industriale che coniuga formazione e lavoro. Tutto questo è assente in Italia. Fermo restando i limiti del sistema tedesco che non abbiamo qui lo spazio per approfondire.

Non è più semplicemente un problema di modalità, di accordi da migliorare, di regole da stringere? Si è parlato di una carta dei diritti e dei doveri, può essere questo lo strumento per migliorarne l’applicazione?

No, io abolirei del tutto l’alternanza obbligatoria e concentrerei prima di tutto gli sforzi nello sviluppo delle conoscenze degli studenti: un filosofo in Germania fa il manager di un’agenzia di marketing ed è l’azienda che si accolla i costi della formazione specifica. In Italia paghiamo le imprese per far lavorare gratis gli studenti, non importa come né dove. Ritengo inutile correggere uno strumento distorto fin dalla sua concezione così come è nella legge 107, la Buona scuola.

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