Azzardo. L'ex giocatore patologico: «Ero spietato, dimenticavo anche mio figlio»


Antonio Maria Mira martedì 10 gennaio 2017
Storie di giocatori pentiti e delle loro famiglie distrutte. «Serve la forza di chiedere aiuto»
(Boato)

(Boato)

«Non guardavo in faccia a nessuno, ero diventato un killer spietato. Ho fatto di tutto per giocare, ho rubato, ho truffato, ho detto bugie. Non rispettavo nessuno, neanche mio figlio che aveva bisogno del latte e io invece in una sera mi giocavo anche 5mila euro». Così parla Vincenzo che si definisce «un giocatore compulsivo perennemente in recupero. Mi porto dietro la dipendenza da 15 anni, con tantissimi problemi, con la perdita della famiglia e delle amicizie. 'Giocavo' anche mentre mangiavo: un morso alla forchetta e un occhio al computer». Lo abbiamo incontrato a un’iniziativa del Comune di Castel Volturno, assieme all’Associazione giocatori anonimi, dove ha trovato aiuto. «Mi hanno dato la consapevolezza che come ce l’avevano fatta altri ce la potevo fare anche io, accettando che ero malato. Ma ci sono arrivato dopo le minacce degli usurai. Avevo toccato il fondo». Così, racconta, «da 3 anni non gioco più un centesimo, ma soprattutto sono ritornato uomo tra gli uomini, sono tornato con mia moglie e la mia famiglia, ho riacquistato il lavoro». Riflessioni che fa anche Carla. Anche per lei «la cosa più importante è che si perde la famiglia e se la perdi non hai più niente».

Aveva iniziato col bingo, come tante donne, «era un piacere, poi pensi che sia un modo facile per fare i soldi. Ma era un’illusione». Poi l’incontro coi Giocatori anonimi e ora il volontariato. «Lavoro al centralino e mi chiamano tanti che non sanno come aiutare un proprio familiare. Io l’ho capito da poco che finché non accetti di essere dipendente non cerchi aiuto.Vorrei fare di più, vorrei urlare per fermarli in tempo». Lei, che da 14 mesi non spende più un centesimo nell’azzardo, ha pagato pesantemente. «La famiglia l’ho persa. C’è in me la speranza di non ricadere più ma so che se ci ricadrò per me le porte saranno sempre aperte». Ne è convinto anche Giuliano. «Dal gioco d’azzardo patologico si può uscire ma non da soli». Anche la sua è una storia di dolore. «Ho depredato tutto, anche i soldi dei miei genitori che sono rimasti senza niente, si vergognavano di uscire ». E torna il rapporto coi familiari. «La più grande tragedia è che sono coinvolti i nostri cari: dietro un 'gap' c’è sempre la famiglia».

Percorsi comuni con gli altri. «All’inizio era un divertimento, ma poi è diventata una dipendenza, sono finito nell’usura. Non è un vizio, è una malattia ». Si perdono soldi e non solo quelli. «Perdiamo amicizie e soprattutto lealtà. È un percorso distruttivo. Lo diventa quando è un’abitudine, uno stile di vita, non c’è più interesse per niente, la mente è totalmente presa da questa ossessione. È una fuga dalla responsabilità». Ora sono 5 anni che non 'gioca' più. «La soluzione c’è, bisogna avere la forza di chiedere aiuto». Ma se la prende, con ironia, anche con chi ha incentivato il mercato dell’azzardo. «Noi 'gap' siamo cittadini che hanno molto contribuito alle casse dello Stato. I messaggi ingannevoli andrebbero evitati. La grossa vincita per noi non è arrivata mai. Ma per fortuna è arrivata una soluzione: vivere una vita normale, avere soldi in tasca senza 'giocarli'».

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