lunedì 12 marzo 2018
Il vicesegretario reggente: guiderò i dem in modo collegiale. E legge la lettera di dimissioni di Matteo Renzi, assente: «Lascio ma non mollo».
Il vicesegretario reggente Martina parla alla direzione Pd (foto ufficio stampa Partito democratico)

Il vicesegretario reggente Martina parla alla direzione Pd (foto ufficio stampa Partito democratico)

Fisicamente non c’è, e la linea comune è quella di non metterlo sul banco degli imputati né di farne il capro espiatorio di una «sconfitta netta» e «collettiva». Ci sono le due righe della lettera di dimissioni, lette dal presidente del partito Matteo Orfini. Ma la presenza di Matteo Renzi aleggia nell’aria del Nazareno, dove la sua sedia è occupata ora dal suo vice Maurizio Martina, incaricato ufficialmente di traghettare il partito verso il congresso e deciso a farlo in maniera del tutto diversa da chi lo ha preceduto nella guida dei dem, e cioè collegialmente.

Si apre la fase nuova del Pd post-renziano, con l’ombra del segretario ormai ex che sceglie di non partecipare e però ha appena concesso una lunga intervista e pubblicato una nuova e-news (LEGGI IL TESTO) in cui si dice pronto a rimettersi in piedi. Così i suoi avversari interni restano di nuovo spiazzati, abituati come sono a colpi di scena.

È Andrea Orlando a dare forma al timore di «strategie maoiste», mentre la Direzione si compatta sulla linea del ministro dell’Agricoltura: opposizione – le forze che hanno vinto «non hanno più alibi» – e niente Congresso subito, per consentire un dibattito approfondito sulle ragioni della frattura con l’elettorato e per evitare di tornare a scannarsi a breve.

Di fatto l’assemblea dovrà varare una Commissione progetto del tutto nuova rispetto al vertice attuale di impronta renziana, che porterà al congresso. «Il nostro progetto ha bisogno di una partecipazione consapevole superiore a quella che possiamo offrire una sola domenica ai gazebo», spiega Martina, che cita Mattarella e ottiene un lungo applauso al capo dello Stato. Il parlamentino dei democratici approva la sua strategia con la sola astensione dei 7 esponenti dell’area di Emiliano, favorevole all’intesa con M5s.

Dunque l’Assemblea da convocare entro un mese in base allo statuto potrebbe non lanciare immediatamente la corsa alla segreteria. Serve un periodo di decantazione e approfondimento, concordano i dem guidati da Martina, che conferma «il massimo della collegialità e con il pieno coinvolgimento di tutti, maggioranza e minoranze, individuando subito insieme un luogo di coordinamento condiviso. Chiedo unità», insiste il ministro.

«La nostra sconfitta è stata netta - ha detto Martina -. Intendiamo rispettare profondamente il voto di tutti gli italiani e saremo coerenti con gli esiti del 4 marzo. Ora tocca a chi ha ricevuto maggior consenso l’onore e l’onere del governo del paese. Noi continueremo a servire i cittadini, dall’opposizione, dal ruolo di minoranza parlamentare».

Le preoccupazioni che hanno mosso Renzi sono condivise da tutti, almeno a parole. Nessuno intende mettere il Pd a ricasco delle forze vincitrici. «Ora il tempo della propaganda è finito. Lo dico in particolare a Lega e 5 stelle: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo – dice apertamente Martina – . Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità».

Il partito si ricompatta, deciso a ripartire da zero, con «umiltà e unità». E i capi corrente si dicono pronti a sciogliere le rispettive componenti. Lo è Orlando, che aveva sfidato Renzi alla segreteria. «Ripartiamo dal basso e dal nostro popolo. Abbiamo seimila circoli, realizziamo seimila assemblee aperte tra venerdì, sabato e domenica prossimi», dice Martina.

I dem, dunque, definiscono il percorso, senza «conte o competizioni fra leader», chiarisce il guardasigilli al termine della riunione attesa per una resa dei conti che di fatto non c’è. È tempo di ricostruire. E di cominciare a fidarsi, spiegano in un parlamentino che rispecchia ancora in gran parte l’area renziana, anche se già ridimensionata. Boschi, Lotti e il "giglio magico" hanno già messo a punto la loro strategia e così anche le altre correnti, prima della Direzione. Ma prevale la voglia di rimettersi in marcia. Quello che ha scritto Renzi volutamente, dal suo isolamento. Per Paolo Gentiloni, in prima fila in Direzione, «esempio di stile e coerenza politica» con le sue dimissioni. «Dalla sconfitta il Pd saprà risollevarsi, con umiltà e coesione», twitta il premier al termine della riunione.

Nessuna battaglia per le poltrone, dunque, dice la "nuova" dirigenza. «Quanto alle presidenze delle Camere, noi richiamiamo le forze politiche, e prima di tutto chi ha vinto, al dovere di garantire che questi ruoli siano affidati a figure autorevoli ed equilibrate in grado di rappresentare pienamente gli interessi collettivi secondo la Costituzione», spiega ancora Martina. E però ora si apre la battaglia per i vertici dei gruppi. Quelli che saliranno al Colle per dare la linea del nuovo Pd. I nomi accreditati sono i renziani Ettore Rosato o Lorenzo Guerini alla Camera e Teresa Bellanova o Andrea Marcucci per il Senato.


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