domenica 3 settembre 2017
Il presidente di Democrazia solidale: basta veti incrociati, si apra il cantiere per un patto di legislatura, è ora di riorganizzare la presenza cattolico-democratica
Lorenzo Dellai

Lorenzo Dellai

Mentre tutti si impegnano a indicare i «cippi di confine», ovvero chi dovrebbe stare dentro o fuori un’eventuale alleanza di centrosinistra, Lorenzo Dellai cerca di rilanciare i contenuti di fondo di un nuovo progetto politico «alternativo al populismo M5S» e a «un centrodestra che ritrova unità solo sposando una piattaforma nettamente di destra». «Non entro nella gara tra chi esclude Tizio o Caio, tanto meno ritengo utile disegnare i contorni di una proposta partendo dalla leadership. Mi lasci prendere il buono della Prima Repubblica e dire che prima si afferma una visione comune che può tenere insieme forze diverse, e poi si individua chi la può incarnare dal punto di vista delle responsabilità di governo», è la premessa dell’ex presidente della provincia autonoma di Trento (patria di Alcide De Gasperi) e attuale presidente di Democrazia solidale.

Il suo è un appello a un’unità sostanziale, non solo elettorale, del centrosinistra. Ma manca un elemento fondamentale: una legge elettorale che la favorisca...
Io sono molto dubbioso circa la possibilità che in questa legislatura si riesca a fare una nuova legge elettorale. Ma anche con l’attuale sistema di voto, che prevede la competizione alla Camera tra liste alternative con l’obiettivo di raggiungere il 40 per cento, è possibile dare vita a quella che definisco una "lista coalizionale".

Si spieghi meglio...
Pur nella prospettiva della lista unica, il Pd può e deve farsi carico di aprire un "cantiere" in cui far convergere culture politiche, movimenti, associazioni che si riconoscono in alcuni valori fondanti: autentico europeismo, democrazia sociale, solidarietà, riformismo... Un "cantiere" in cui nessuno debba sentirsi spogliato della propria identità e autonomia. Un "cantiere" che rianima forze dal basso, torna a costruire il senso dei legami e della comunità nei territori. Lo definirei un "patto democratico" che assicuri stabilità nei prossimi cinque anni e ponga le basi per una nuova stagione. In questo quadro, potrebbe essere significativo il contributo del cattolicesimo democratico e del popolarismo. E rispetto a giudizi liquidatori, ritengo che ci sia del buono, nell’esperienza dell’Ulivo, che possa essere ripreso.

Non è detto che sia questa la strategia della dirigenza del Pd...
Certo, se prende quota l’idea di una lista Pd che semplicemente si allarga a questa o quella personalità, fagocitando identità e culture politiche, allora saremo costretti a valutare strade alternative. Anche se, obiettivamente, sono più difficili e fragili.

Il punto è che il Pd si ritiene autosufficiente...
E qui c’è l’errore, specie guardando al medio-lungo periodo. Credo che la prossima legislatura sarà ancora di transizione, transizione ancora più difficile se sarà segnata da instabilità istituzionale. Tra cinque anni, è la mia previsione, il quadro della proposta e della domanda politica sarà completamente diverso da quello che vediamo ora. Cicli apertisi 20 anni fa si chiuderanno definitivamente. Il Partito democratico sia lungimirante e attivi ora un processo di nuova e vera unità tra forze di centro e di sinistra che generosamente si riconoscono tra di loro.


Quale può essere il contributo del cattolicesimo democratico a questo processo?
Partendo dalle recenti riflessioni del cardinale Bassetti, riflessioni tenute ovviamente nel campo ecclesiale e non politico, credo che il cattolicesimo democratico e il popolarismo possano far uscire la politica dalla logica del pragmatismo di breve termine e degli slogan vuoti e rimettere al centro la persona e le comunità. Un secondo contributo, che non trascurerei, è avvicinare l’Italia alla Germania, legame diventato più debole proprio da quando è finito il rapporto tra Dc e Cdu.

C’è anche un problema di iniziativa concreta dei cattolico-democratici...
È una questione che adesso occorre affrontare. C’è una vivacità nuova, soprattutto sui territori: tanti gruppi riprendono l’iniziativa, si interrogano, riflettono, fanno scelte. Occorre ricostruire una presenza organizzata e visibile della nostra cultura politica a prescindere dalle scelte contingenti.

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