venerdì 9 febbraio 2018
Nuovi stili di vita, economia, precarietà del lavoro, donne penalizzate. Ecco perché senza misure drastiche la crisi non si può superare
Perché in Italia (e nei Paesi ricchi) la natalità non riparte

Il calo delle nascite continua, ma il clima da campagna elettorale non aiuta a riflettere sulle vere cause di questa crisi. Nascono meno bambini in Italia (464mila nel 2017) perché la riduzione della natalità dura da così tanto tempo che oggi ci sono meno donne che possono metterne al mondo: negli ultimi 10 anni le donne in età fertile, dai 15 ai 50 anni, sono calate di un milione (-900.000). Inoltre l’età media del parto è salita a quasi 32 anni (31,8), fatto che rende più complicato avere più figli nel corso della vita. Insomma, ci sono ragioni strutturali molto forti che rendono difficile recuperare terreno, e la demografia richiede una certa pazienza. O misure drastiche.

Una delle ragioni principali del crollo demografico, che in Italia ha portato il tasso di fecondità a 1,34 figli per donna, è stata la crisi economica. Un recente studio dell’istituto demografico di Vienna sull’impatto della Grande recessione in Europa ha confermato che crisi e disoccupazione hanno avuto un impatto diretto sulla dimensione delle famiglie. La mancanza di lavoro ha però inciso maggiormente dove il welfare è meno efficace nel sollevare le persone dalla povertà e a compensare il costo del mantenimento dei figli: nell’Europa del Sud e in quella dell’Est.

Senza un recupero dell’occupazione e senza prospettive di lavoro stabili, dunque, la natalità difficilmente potrà ripartire. Molte ricerche hanno dimostrato che l’incertezza e la precarietà fanno aumentare le convivenze rispetto ai matrimoni e calare le nascite. Salari molto bassi per i lavori meno qualificati, spesso assai precari, obbligano a lavorare stabilmente in due se si vuole crescere un figlio, e non sempre basta. Anche per questo, rispetto a un tempo, meno donne con bassa istruzione diventano madri.

Quello che si nota oggi, tuttavia, è che la mancanza di figli caratterizza sempre di più anche gli uomini e le donne con istruzione elevata e carriere migliori. Investire molto sulle proprie competenze sposta così tanto in avanti il momento per costituire una famiglia che a risentirne è la natalità. D’altra parte oggi ci sono più persone, sia uomini che donne, che non intendono rinunciare alla carriera o ad altre cose per far posto a dei bambini. E' un cambio culturale con il quale si deve fare i conti.

Chi invece continua a nutrire il sogno di una famiglia deve rapportarsi a un contesto culturale ed economico che in Italia disincentiva la parità: mentre gli uomini con prole risultano più attivi sul mercato del lavoro, per le donne vale esattamente il contrario. Maternità e lavoro non riescono ancora ad andare d’accordo.

Occupazione, politiche per la conciliazione e un welfare più attento ai figli sono le strade per provare a far ripartire un po’ le nascite. Ma senza illusioni: il dato di 2,1 figli per donna – il tasso di sostituzione della popolazione – è diventato un livello che i Paesi sviluppati riescono ad avvicinare solo grazie a chi arriva da Paesi più poveri.

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