venerdì 7 luglio 2017
Relazione 2017, capitolo sulle criminalità ambientali: «Le aziende delinquono di più» per «puro e vile scopo utilitaristico». E così prospera il «triangolo maledetto»

Nessun dubbio: «Il sistema della gestione dei rifiuti in campo nazionale si è sempre basato e continua a basarsi sulla commistione di attività legali ed illegali», scrive la Dna nel capitolo sui “Crimini ambientali” nella sua “Relazione 2017”. «L’essenza” del crimine ambientale – si legge - va cercata “nelle deviazioni dal solco della legalità, per puro e vile scopo utilitaristico, delle imprese che producono rilevanti quantitativi di rifiuti e di quelle che svolgono attività nella gestione dei rifiuti».

Niente più mafie. Quella ambientale è una «criminalità pericolosissima», avvisa la Direzione nazionale antimafia. Spesso veste «i panni di quella stessa legalità cui arreca pregiudizio» e «risulta ben più pericolosa di altre», compresa «quella mafiosa, dalla quale si è separata».

Autosufficienti. Se prima le strutture dedite alla criminalità ambientale per aver luoghi dove smaltire illegalmente si rivolgevano alla camorra, adesso quelle stesse strutture «dispongono di discariche legali dove operare illegalmente» e di quanto occorra per farlo. Così oggi «il crimine ambientale si basa sulle proprie forze» e ha saputo perfezionarsi «per rendersi completamente autosufficiente», a parte «la necessità d’instaurare rapporti con i pubblici poteri attraverso la corruzione, che ha chiunque opera in grande stile in ambiti criminali».

Connivenze fra controllati e controllori. È «indubbio» che «le imprese delinquono di più in materia ambientale» e quindi che «l’attività di prevenzione sia carente». C'è «scarsa attività di prevenzione», se non addirittura aumentano «le connivenze tra imprese e organi preposti alla vigilanza».

Personaggi esperti. C’è poi il “trend” consolidato dello «spostamento da Sud verso Nord del crimine ambientale legato ai rifiuti speciali», ribadisce la Dna: «Agevolato anche dalla fine della migrazione dei rifiuti dal settentrione industriale verso il meridione, facendo sì che la gestione illegale del ciclo rimanga all’interno della stessa area territoriale». Dunque «non potrà sembrare strano che al vertice d’importanti realtà imprenditoriali che violano sistematicamente le norme ambientali - e godono della simpatia di influenti potentati politici - compaiano personaggi allenatisi nella palestra campana degli anni ’80-90, che vide il ruolo attivo delle più agguerrite organizzazioni camorristiche».

Triangolo maledetto. Il mostro ha tre teste: «Accanto alla corruzione – scrive la Dna - si utilizza il canale del riciclaggio, che dà corpo al “triangolo maledetto” (consorterie-corruzione-riciclaggio) che oggi caratterizza ogni seria attività criminale organizzata».

La natura grida vendetta. Considerazione amara, poi: quando il danno ambientale da rifiuti c’è stato– scrive la Dna - «è ben magra consolazione individuarne e punirne i responsabili, davanti a una natura che grida vendetta per il male arrecatole e presenta il suo conto anche a distanza di tempo, spesso molto tempo. E a quel punto v’è ben poco da poter ripristinare».

L'Eni. L’ultima annotazione in realtà è quanto apre la Relazione 2017 della Dna. Con l'inchiesta giudiziaria sui suoi impianti in Basilicata, l’Eni, «dopo aver tentato di neutralizzare l’intervento repressivo con un tanto infondato quanto vano ricorso per riesame - scrive la Direzione nazionale antimafia - alla fine ha manifestato disponibilità a effettuare interventi d’adeguamento degli impianti».

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