mercoledì 22 gennaio 2014
Dopo il monito del vescovo Galantino sui morti carbonizzati nell’auto, viaggio tra le realtà ecclesiali che si spendono per salvare i ragazzi a rischio criminalità.
«Sì è vero, l’uccisione del piccolo Cocò è stata una sconfitta. E non è l’unica. Ma abbiamo avuto anche tante vittorie». Non parla di calcio fratel Stefano Caria ma di minori a rischio, figli di mafiosi. È il responsabile della "Comunità Luigi Monti" gestita dai Padri Concezionisti a Polistena, nella Piana di Gioia Tauro. Ospita una "casa famiglia" con 12 minori a rischio tra i 7 e i 14 anni, e la "comunità Emanuele Stablum", nata nel 2004, per l’accoglienza alternativa al carcere e per ragazzi con disturbi mentali, con 7 giovani tra i 14 e i 21 anni. Qui, seguiti da 15 educatori, sono stati accolti oltre cento minori calabresi . Storie a lieto fine e altre col ritorno nel buio. «Se metto sui piatti della bilancia vittorie e sconfitte forse ottengo un pareggio ma mi pesano molto le sconfitte anche se poi sono proprio quelle che ci impegnano a cambiare strategie per essere più esigenti nei nostri progetti educativi». Da questa casa, dalle stanzette colorate, piene di giocattoli, pupazzi di peluche e computer, dal laboratorio di falegnameria, dalle salette degli educatori esce un messaggio di speranza. A quest’ora della mattina alcuni bambini sono a scuola, altri più grandi impegnati con borse lavoro.«C’è davvero una grande possibilità di lavorare, pur tenendo conto dell’incidenza delle famiglie da cui provengono. Se non ne fossimo convinti dovremmo chiudere. Per questo puntiamo soprattutto sulla relazione con loro. In ogni bambino c’è la parte buona che deve essere aiutata ad uscire fuori. Se riescono a scoprirla possono poi scegliere. E restano stupiti che vengano riconosciute altre loro qualità diverse da quelle a cui sono stati abituati in famiglia. E non sono poche…».  Molti sono solo bambini sbandati nelle piazze dei paesi. «Se li lasci finiscono poi nella manovalanza della criminalità». Con loro è meno difficile. Ben altra cosa per i figli dei mafiosi. «Da piccoli hanno già imparato tutto dai genitori e dai fratelli. Conoscono bene il modo di fregarti. Bisognerebbe incominciare a 4 anni perché a 10 è tardi…forse…».  Ma non ci si tira indietro neanche con loro. «La scommessa è fargli vedere un altro tipo di mondo, che non è necessario essere arroganti e prepotenti per avere l’amicizia». Il vero ostacolo è alle spalle. «Là dove è possibile dobbiamo conquistare la collaborazione delle famiglie. Ma alcune volte fanno finta di collaborare. Ci sono stati dei casi in cui hanno provato a riprenderseli. E anche il bambino era parte, facendo finta di stare male». Eppure anche dall’ambiente mafioso arrivano richieste di aiuto. Sono soprattutto le donne. «La mamma di un bambino che ospitavamo, quando il marito era assente "per lavoro" riusciva ad aprirsi con un’educatrice. Un’altra siamo riusciti a mandarla a Milano col figlio per allontanarla dal marito mafioso e salvarla. Ora non abbiamo più notizie. Speriamo…». Per altre storie il finale è noto e positivo. Un ragazzo studia scienze sociali a Parma, tre sono odontoiatri in Lombardia, due lavorano per una compagnia di assicurazioni. Un altro ragazzo ha appena finito il percorso. «Appartiene a una famiglia mafiosa della Piana. A 17 anni è finito in carcere per spaccio. Sono andato a trovarlo e lì è cominciato il cammino proseguito poi in comunità per 2 anni. Ora è rientrato in famiglia, ma solo con la mamma. Da un mese lavora ma noi continuiamo a seguirlo». Altre storie sono impossibili da subito. «Come quelle di due gemelli di 13 anni di Gioia Tauro. Il padre voleva salvarli…ma solo dal carcere. Mentivano in continuazione. Tenevano il coltello in tasca ma soprattutto avevano già acquisito la mentalità mafiosa. Non aiutavano mai, né a lavare i piatti né a fare le pulizie. "Lo fanno le donne", dicevano. Ma non ci siamo tirati indietro. Sono però rimasti solo 6 mesi. Sono tornati a salutarci su una bella macchina…». Strade in salita, fin dall’inizio. «Ce li portavano ammanettati in un pullmino coi vetri scuri. Ora lo abbiamo evitato. Ma serve un passo in avanti. Ci vorrebbe una strategia territoriale, con servizi sociali efficienti che non tutti i comuni si possono permettere. La nostra comunità da sola non ce la può fare. Ma andiamo avanti perché quando c’è di mezzo un bambino noi ci dobbiamo essere. Fai un passo e noi siamo con te».
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