mercoledì 22 novembre 2017
Il gioco delle tre carte, molti complici e gli scarti tossici si "trasformano" in qualsiasi cosa, da fertilizzante agricolo a materiale per il ripristino ambientale
Una discarica abusiva a Caivano, foto Mauro Pagnano

Una discarica abusiva a Caivano, foto Mauro Pagnano

Falsificare è la via maestra. Analisi chimiche, documenti, bolle di accompagnamento, formulari, dati informatici e tutto quanto possa essere falsificato. Così che rifiuti tossici si ritrovino magicamente declassati a “non pericolosi” e possano finire – letteralmente - dappertutto. La sporca macchina del traffico dei rifiuti funziona in modo apparentemente semplice, ma è complessa, articolata, dev’essere capillare e i professionisti del “settore” l’hanno monopolizzata e condizionata a colpi d’illegalità. Anche i passaggi sono semplici: qualcuno fa attività di brokeraggio (spesso fino a oggi le mafie), propone cioè alle aziende di smaltire a prezzi ribassatissimi i rifiuti pericolosi (che se eliminati legalmente avrebbero costi alti e procedimenti lunghi) e infine fornisce il servizio “tutto compreso”.

False fatturazioni

La prima condizione per avviare un'operazione illegale è avere uomini e mezzi, il braccio operativo in giro per l’Italia. Non serve i primi siano troppo intelligenti, né sappiano quanto trasportano, ma che garantiscano affidabilità e fedeltà. La seconda condizione è taroccare documenti di trasporto e certificazioni relative al carico. La terza, simulare operazioni di recupero e smaltimento. E la quarta, frodare il fisco attraverso false fatturazioni per operazioni mai esistite. Il tutto per ottenere guadagni illeciti, che si raggiungono anche attraverso la truffa dei costi dichiarati per lo smaltimento lecito e quelli che in realtà si sono sostenuti con quello illecito: si finge cioè d’avere spesso mille per smaltire correttamente e si è invece sborsato cento e smaltito illegalmente. Almeno chi non produce in nero.

Il “giro bolla”

Un po’ di dettagli. Un metodo riscontrato spessissimo nel mondo criminale del traffico dei rifiuti è il “giro bolla”, sarebbe a dire la declassificazione (fittizia) dei rifiuti tossici, che permette di abbattere i costi del loro smaltimento e immetterli anche nel circuito delle materie prime come per i ripristini ambientali, ma anche farli finire come fertilizzanti per l’agricoltura. Fermo restando che, come minimo, vengano inviati a un impianto di stoccaggio compatibile col nuovo (fittizio) Codice Cer attribuito al rifiuto.

Codici taroccati

A proposito, i “Codici Cer” sono sei cifre riportate in tre coppie da due. Classificano i rifiuti secondo le direttive europee che identificano il rifiuto stesso e il processo produttivo dal quale deriva (per esempio il “Cer 17 01 02” è assegnato ai mattoni). Nel traffico illecito, un giochetto praticato e scoperto più volte è un gran numero di Codici Cer in ingresso negli impianti di trattamento e stoccaggio e poi in uscita accorgersi che il numero è assai inferiore. Così è andata in fumo la tracciabilità del rifiuto e soprattutto si ha un doppio guadagno: uno lecito quando il trafficante riceve il rifiuto che il suo produttore paga perché lo smaltisca, l’altro quando lo smaltisce dopo averlo declassato a costi assai più bassi (fra l’altro evadendo pure l’ecotassa).

Gli intermediari

Questo è il ruolo centrale. Spesso gli intermediari organizzano il traffico illecito di rifiuti, quasi sempre stabiliscono contatti e accordi tra i produttori, i trasportatori, i centri di trattamento e stoccaggio e gli smaltitori. Sempre gli intermediari in genere pensano a far falsificare i documenti di trasporto, far taroccare le analisi e far redigere finti certificati di recupero e trattamento dei rifiuti.

Cosa e dove

Il metodo è consolidato da decenni di pratica ed è stato riscontrato infinite volte dalle attività giudiziarie in tutto il Paese. Cambiano, a seconda delle tipologie, solamente le destinazioni. I fanghi industriali, ad esempio, vengono sparsi su terreni anche agricoli, fanghi, come pure ceneri e scorie derivanti dalla lavorazione dei metalli. A essere destinati a ripristini ambientali, rilevati stradali e cave, tocca invece solitamente a fanghi di drenaggio, terre, rocce e materiali di demolizione anche provenienti da attività di bonifica. Rifiuti speciali vanno a finire non di rado negli inceneritori o nei cementifici o negli impianti per rifiuti urbani oppure vengono bruciati in strada e su terreni. Materie plastiche e materiali ferrosi contaminati da sostanze inquinanti sono utilizzate come “materie prime seconde”.

Contaminazioni

Risultato? Un vero e proprio avvelenamento dell’ecosistema. Del resto le contaminazioni trovate durante anni e anni di attività investigative, sempre in mezza Italia, hanno svelato alte concentrazioni di metalli pesanti, alcuni dei quali cancerogeni, bioaccumulabili e bioassimilabili. Quindi capaci di entrare nel ciclo alimentare dell’uomo attraverso suolo, piante e animali.

Il triangolo maledetto

Il traffico illecito di rifiuti pericolosi è un’“attività” quasi sempre legata ad altre: una è il riciclaggio di denaro sporco, che si mette in piedi acquisendo società operanti nella gestione dei rifiuti. C’è poi una enorme, necessaria componente di corruzione e basta pensare alle montagne di falsificazione necessarie o alle ispezioni compiacenti. Scrive la Direzione nazionale antimafia nella sua “Relazione 2017” che il mostro ha tre teste: «Accanto alla corruzione si utilizza il canale del riciclaggio, che dà corpo al “triangolo maledetto” che oggi caratterizza ogni seria attività criminale organizzata»: consorterie, corruzione, riciclaggio.

Triplo guadagno

Spesso al banchetto sporco partecipano (e guadagnano) in tre. Vediamo concretamente come accade, ripercorrendo un’inchiesta di qualche tempo fa. Un’azienda vince l’appalto per smaltire 55mila metri cubi di rifiuti d’una grande industria e intanto acquista una grossa porzione del terreno di una discarica dalla società che ne è proprietaria. In realtà è un acquisto fittizio, la società non si è fatta pagare quella grossa porzione di terreno, che dovrà riempire e livellare, pavimentare, lottizzare e infine vendere per uso artigianale o industriale, comprando costosi materiali di riempimento per il “ripristino ambientale” come si definisce tecnicamente, ma non servirà nulla di tutto questo e capiremo fra poco perché. Nel frattempo sarà entrata in gioco una terza ditta, quella che acquisterà a costi risibili parte di quei rifiuti, utilizzandoli a sua volta per operazioni di recupero grazie alle quali ricaverà “materia prima seconda” commerciabile sul mercato.

La “trasformazione”

Per tutti, c’è un solo problema da risolvere. Le analisi su quei 55mila metri cubi di rifiuti li classificano come “pericolosi” e bisognerebbe smaltirli in discariche specifiche e adeguate, non certo in quella porzione di terreno adibito a discarica, che non ha alcuna autorizzazione per riceverli e trattarli. E nemmeno la terza ditta, poi, potrebbe ricavarne “materia prima seconda”. Insomma, smaltirli correttamente costerebbe centotre euro a tonnellata, ma l’azienda si è aggiudicata l’appalto con la grande industria per farlo a ventotto euro. Come se ne esce? “Trasformando” i rifiuti tossici non pericolosi. Basta insomma il gioco delle tre carte. Certi laboratori compiacenti falsificano i risultati delle analisi oppure si fa un bel giro bolla o ancora si taroccano i Codici Cer. Detto, fatto.

A posto

«Martedì vado a cena col chimico, è lui che fa le analisi ­- spiega il titolare dell’azienda, rassicurando al telefono uno dei soci – gli allungo qualcosa e gli dico “guarda bimbo la roba lo sai che quando è fuori io non ti rompo i co…, ma quando stiamo lì lì”». Una settimana più tardi escono fuori risultati nuovi di zecca, rientrano nei parametri dei rifiuti non speciali, né pericolosi e sono tanto buoni che gli scarti potranno essere usati anche per il ripristino ambientale. «Il responsabile del laboratorio ha cambiati i risultati – va avanti il titolare in un’altra telefonata –, le nuove analisi viaggiano con i rifiuti che adesso possono andare in discarica, siamo a posto». Due conti? «Abbiamo speso meno di settecentomila euro quando avremmo dovuto tirarne fuori otto milioni».

Riempire ogni scavo

A proposito, come abbiamo visto, ci sono molte destinazioni per i rifiuti tossici. Però bastano imprese e prestanome per mettere in piedi un altro genere di “doppio” affare. Altra inchiesta, altra intercettazione, stavolta parla un uomo legato alle mafie: «Noi scaviamo ed estraiamo materiale per le costruzioni e tu ci dai i rifiuti con i quali riempire i crateri che abbiamo creato». Guadagno su guadagno, appunto: «Da una parte la vendita del materiale per costruzioni, dall’altra il riempimento con rifiuti smaltiti per quattro soldi». In realtà ce n’è quasi sempre un terzo, seppure non monetario: «Se facciamo in fretta, rimettiamo subito i terreni come stavano prima e nessuno si accorge di niente». Terreni che spesso «ci siamo comprati», naturalmente a cifre irrisorie.

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