venerdì 26 luglio 2019
Durissimo intervento dell’arcivescovo di Foggia. E le Caritas: «Silenzio imbarazzante della politica locale»
Pelvi: «Coi sassi vogliono sbarazzarsi delle persone»
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«C’è una situazione di scontro, quasi di rabbia, di diffidenza che arriva all’odio. In un clima di linguaggio volgare, di violenze urlate poi è chiaro che si arriva a questi gesti offensivi ». È molto preoccupato l’arcivescovo di Foggia-Bovino, monsignor Vincenzo Pelvi, per le ripetute aggressioni agli immigrati. «Mi pare che si stia teorizzando e anche realizzando un’architettura ostile, perché ci si vuole sbarazzare delle persone. Non si vuole né accogliere né integrare. Ormai questi nostri amici danno fastidio pure se camminano per strada». Ci spiega che il 4 agosto era già prevista una celebrazione per ricordare i 16 braccianti africani morti lo scorso anno in due incidenti stradali, sui furgoni dei caporali. «Sarà un momento molto significativo, ancor di più dopo i recenti episodi di violenza. Facciamo tante commemorazioni ma c’era il rischio che fossero già dimenticati. L’anno scorso chi ha vissuto l’obitorio con questi corpi buttati là, senza nome, non può dimenticarli. Ancora di più dopo queste aggressioni sulle quali rifletteremo». Ma non solo.

Vincenzo Pelvi  l’arcivescovo di Foggia-Bovino

Vincenzo Pelvi l’arcivescovo di Foggia-Bovino

Dall’arcivescovo arriva anche un richiamo ai fedeli. «I cristiani dovrebbero essere meno cristiani a parole. Tutti a parole si dicono cristiani ma poi i fatti?». E al Sir, l’agenzia di stampa della Cei, aggiunge: «La parola del Vangelo in certi punti è scomoda: chi risiede tra noi lo dobbiamo trattare come uno nato tra noi. Lo straniero va trattato come uno di famiglia. Nel nostro territorio c’è tanta malavita organizzata ma mi pare che vogliano distrarci con l’immigrazione per non pensare a tanti altri aspetti tremendi. Bisogna fare più unità e cercare di parlare la stessa lingua, anche come Chiesa. E non aver paura di essere impopolari». La Caritas diocesana, come ci dice la direttrice Giusy di Girolamo, è presente col Progetto Presidio e quello Liberi di partire, liberi di restare, e tra poco anche con una clinica mobile grazie a 30 medici dell’ospedale di Foggia che si sono resi disponibili gratuitamente. Un impegno che si rafforza dopo le aggressioni, in primo luogo nei confronti delle 9 vittime del lancio di pietre. Tutte le Caritas diocesane coinvolte, in una nota comune, assicurano che «lo faranno con lo stile di sempre, pragmatico e concreto». Ma invitano anche a una duplice riflessione.

«La prima riguarda le nostre comunità e i nostri territori in cui evidentemente l’agire Caritas deve farsi promotore di una cultura dell’integrazione e della tolleranza che non è più scontato ritrovare nelle parrocchie e nelle aggregazioni cattoliche ». Il secondo, accusano, è «il silenzio delle istituzioni. Rappresentanti del territorio e delle comunità politiche tendenzialmente sempre pronti a caldeggiare il tema sicurezza questa volta sono rinchiusi in un silenzio assordante e a tratti imbarazzante. Ebbene – aggiungono le Caritas foggiane – anche a noi interessa la sicurezza. Quella di lavoratori migranti, spesso sfruttati, che vengono presi a sassate mentre percorrono in bicicletta il percorso che li conduce al lavoro. Tavoli, progetti e finanziamenti, operazioni di sgombero, strategie di contrasto al caporalato lasciano il tempo che trovano e rischiano di diventare pura accademia se una comunità non è capace di garantire la sicurezza e l’incolumità a braccianti stranieri che con il loro lavoro contribuiscono in modo determinante all’economia locale».

E la vicenda arriva anche in Parlamento. Il deputato pd Filippo Sensi prende spunto dall’articolo di Avvenire, «il quotidiano messo, assieme ad altri, nel mirino dei tagli feroci del governo al pluralismo e alla libertà di stampa», per chiedere «attenzione, allarme, indagini e sicurezza perché si interrompa questa spirale di violenze razziste». E sottolinea «quanto sia divenuto urgente e negletto l’obiettivo dell’integrazione nel paese della “pacchia finita”; Paese che torna, sonnambulo, dove non era mai stato: alla persecuzione, all’apartheid, alla lapidazione».

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