sabato 23 marzo 2024
Il vescovo di Reggio Emilia torna sulla lettera ai responsabili diocesani invitati a sospendere l'incarico in caso di candidatura: «Lavoro per il bene comune doveroso. Il "Non expedit" non c'entra»
L'arcivescovo Giacomo Morandi

L'arcivescovo Giacomo Morandi

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«La politica è la più alta forma di carità, lo ha ribadito papa Francesco, citando Paolo VI, che a sua volta si rifaceva a una definizione di Pio XI. Proprio per questo non può essere svilita creando confusione con le attività tipiche della comunità cristiana e le attività di tipo partitico», spiega il vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, Giacomo Morandi. A inizio febbraio una sua comunicazione dal titolo molto chiaro (In politica per il bene comune con chiarezza di ambiti e ruoli) e con robusti precedenti politici ed ecclesiali (vedi il box a lato), fu invece «strumentalizzata a fini impropri e polemici». Nella comunicazione indirizzata al vicario generale e ai parroci scriveva di ritenere «opportuno» che quanti intendano candidarsi alle prossime elezioni europee e amministrative dell’8 e 9 giugno debbano dimettersi da ruoli di responsabilità ricoperti, «lasciando i rispettivi incarichi sia nel consiglio pastorale diocesano che nei consigli parrocchiali. Non vorrei, infatti, che le chiese e le parrocchie possano diventare luoghi di campagna elettorale». In una diocesi che ha fatto la storia d’Italia nel bene e nel male (patria del Tricolore, ma anche laboratorio di violenza politica, dagli eccidi di sacerdoti nel dopoguerra alla nascita del terrorismo brigatista) con tante esperienze in campo, anche di rilievo nazionale, sul versante dell’impegno politico come su quello dell’impegno sociale, c’è chi ha voluto leggere in quelle parole una presa di distanza dall’impegno per la politica.


C’è addirittura chi ha evocato il “non expedit”.

Niente di più sbagliato, niente di più distante dalle mie intenzioni. L’impegno politico, per un cristiano, è più che legittimo: è doveroso e auspicabile. Come lo è l’impegno sociale. Ma sono livelli diversi. C’è un impegno che la comunità cristiana porta avanti, sulla spinta di grandi testimoni. Cito a Reggio don Eleuterio Agostini, alla cui memoria è stata intitolata la fondazione Enaip, che si occupa della formazione dei giovani ai mestieri; don Dino Torreggiani, fondatore dei Servi della Chiesa, Istituto dedito alla cura preferenziale dei più poveri e abbandonati. O don Mario Prandi, fondatore delle case della carità per l’aiuto ai portatori di handicap. Sono opere di carità nate da grandi testimoni della fede, che non possono diventare cinghia di trasmissione di questa o quella formazione politica.

Ma Reggio Emilia, sul piano civile, è anche la città dei fratelli Cervi.

Un esempio luminoso di eroi antifascisti, di cui si è un po’ “appropriata” la storiografia comunista, mentre andrebbe ricordato anche che morirono da cristiani, confessandosi, figli di una madre cristiana. Ma anche oggi, lo dico da modenese, Reggio Emilia si offre come modello per tanti esempi di impegno cristiano. Una eccellenza assoluta è l’attività sociale e caritativa portata avanti dalla nostra Caritas, nell’aiuto agli ultimi e nell’accoglienza dei migranti.

Qual è allora il modo migliore di “servire” questa presenza sociale della Chiesa per il bene comune?

Il modo migliore è restare uniti, al di là delle diverse opzioni in campo politico. Mi colpisce una frase del cardinale Colombo, detta nel 1974 nella ricorrenza di Sant’Ambrogio. Si era nel pieno delle divisioni nate sulla spinta del referendum per il divorzio. Disse che «il cristiano non può presentarsi isolato, sorretto dalla sola personale religiosità, ma deve mirare alla convergenza con i suoi fratelli nella ricerca delle finalità cui tendere e dei mezzi più confacenti». Questa vitalità della Chiesa non può essere patrimonio di una parte sola, deve essere una risorsa di tutti. Durante la campagna elettorale, e anche dopo.

Diaconi catechisti, lettori, accoliti e ministri straordinari dell’Eucarestia, qualora intendano candidarsi dovranno quindi sospendere il proprio servizio?

È quel che abbiamo auspicato. Se la persona vorrà candidarsi sarà quantomeno inopportuno che mantenga i ruoli in parrocchia. Questo indirizzo deve essere mediato dal parroco, in un dialogo fecondo.

Potrà essere una scelta temporanea, una sorta di sospensione?

Fa parte del discernimento auspicato. In caso di elezione o impegno duraturo può diventare una scelta definitiva, almeno per il tempo in cui questo impegno prosegue. Oppure in caso di mancata elezione si avrà la possibilità di riprendere l’impegno precedente in parrocchia o in diocesi.

Passato più di un mese da quel suo intervento, cessati i fraintendimenti, che riflessione ulteriore si può fare?

La Chiesa, come emerge anche nella preparazione della Settimana sociale di Trieste che celebrerà i 50 anni, è attraversata da rischi di divisioni e polarizzazioni che la politica ha tutto l’interesse a enfatizzare. Chi sceglie l’impegno politico come forma di carità invece di prestarsi a queste divisioni, tenendo distinti - come dicevo - i livelli di impegno, dovrebbe curare l’unità dei credenti anche in politica, al di là delle diverse scelte di campo. Il rispetto della vita umana, la tutela della famiglia, l’aiuto agli ultimi, l’accoglienza dei migranti non sono un “optional” da seguire o trascurare a seconda delle preferenza della parte in cui si milita. Lo stesso si può dire, per chi si candida in Europa, circa il perseguimento della pace tanto invocata dal Papa e dal presidente della Cei. La dottrina sociale è chiara, cito la Laborem exercens di Giovanni Paolo II, la Caritas in veritate di Benedetto XVI e la Fratelli tutti di papa Francesco. Chi si impegna in politica ha il dovere di non prenderla in considerazione a pezzetti, ma tutta insieme. Ed è una distinzione che ha un valore biunivoco. E chi resta impegnato sul piano ecclesiale ha il dovere di non fare uso della politica per strumentalizzare a fini personali i suoi incarichi sul piano ecclesiale o delle opere di carità.


IL PRECEDENTE DI ALDO MORO

Il problema del duplice impegno lo pose già Aldo Moro nel settembre del 1945. «Non sarà certamente il Movimento Laureati a pretendere di trattenere in modo esclusivo i suoi aderenti, sottraendoli alle loro specifiche responsabilità», così scriveva lo statista Dc in una circolare inviata da segretario dei Laureati cattolici ai responsabili diocesani. «Ma crediamo di poter chiedere a tutti eguale rispetto per la funzione propria ed insostituibile dell’Azione Cattolica, la quale ha compiti di formazione religiosa e di azione sociale del tutto distinti». Si era alla vigilia dell’assemblea Costituente. La regola alla fine Moro, da candidato per la Democrazia cristiana, la applicò a se stesso. Avrebbe preferito dimettersi subito, ma i vescovi gli chiesero di limitarsi alla sospensione, e di farlo solo dopo in caso di elezione. E così fece. (A.Pic.)


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