sabato 19 marzo 2011
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«È il più bel regalo che potessimo ricevere per i 150 anni dell’unità d’Italia». Non nasconde la sua soddisfazione per la sentenza il giurista Carlo Cardia, docente di Diritto ecclesiastico a Roma Tre. Alla sentenza di primo grado della Corte europea dei diritti dell’uomo, ieri ribaltata, non si era rassegnato e aveva messo nero su bianco in un volume parecchie delle ragioni che ieri la Grande Chambre ha accolto (Identità religiosa e culturale europea. La questione del Crocifisso, Allemandi editore). Libro che è stato base teorica per il ricorso vincente dell’Italia.Professore, si aspettava questo risultato? E una maggioranza di 15 a 2?Voglio rivendicare di essere stato uno dei pochi che ci ha creduto fino in fondo. Perché, conoscendo la giurisprudenza precedente della Corte, la sentenza di un anno fa era scandalosa. Molti dicevano: ma è stata approvata da tutti e sette i giudici! Che significa, anche 2mila persone possono sbagliare insieme, ribattevo.Cosa l’ha colpita in quest’ultimo verdetto?La notazione, molto bella, che in Italia la scuola è aperta a tutti. Anzi qualche volta – pensi un po’ – fanno obiezione al vescovo. Da trent’anni abbiamo una scuola pluralista, e la corte ne ha tenuto conto. E si tratta di un riconoscimento della nostra laicità positiva, aperta, che non c’è mai stato prima in Europa.Quali i cardini di questa sentenza?Uno di principio e uno di merito. Il primo è il riconoscimento che ogni Paese ha il diritto di dare il giusto rilievo alla propria tradizione. E questo proprio in forza delle norme europee, della Convenzione per i diritti dell’uomo. Perciò la tradizione cristiana, che è qualcosa di vivo, ha un suo spazio e un suo ruolo da svolgere.Passando al merito della questione?Qui la Corte fa intravedere un elemento importante: il simbolo religioso in sé non comporta la lesione dei diritti del ragazzo o della famiglia, non è elemento di divisione. O addirittura di parte. Come, con un certo scandalo mio – ma non solo –, aveva affermato la sentenza di primo grado. Qui si afferma, invece, in modo sottile che esso non deve essere vissuto in maniera negativa, come se fosse ostile. Vale per la croce, ma anche per altri simboli.Nessun indottrinamento o pressione, dunque.Appunto. Il simbolo va visto in modo positivo, come integrazione della nostra identità italiana e – possiamo aggiungere – europea.Quali effetti potrà avere la decisione dal punto di vista culturale oltre che giuridico, politico e sociale proprio sulla costruzione dell’Europa futura?Innanzitutto ripara il torto fatto da quella precedente. Si badi bene, non solo all’Italia, ma alla stessa giurisprudenza trentennale della Corte. Inoltre lancia il messaggio che l’identità e la tradizione cristiane devono trovare il loro giusto posto – giusto, non esagerato, e ciò è positivo – ai livelli sociale, giuridico e giurisprudenziale. La tradizione integra i diritti di libertà. E ciò fa guardare positivamente al futuro. Perché finora c’è stato un certo atteggiamento restrittivo: si pensi all’obiezione di coscienza in materia di aborto e biotecnologie. E anche a una certa volontà di emarginare la religione, confinandola nel privato.In pochi giorni il fronte anti-crocifisso incassa due sonore sconfitte, se si possono mettere insieme la sentenza della Cassazione italiana sul giudice Tosti e ora quella di Strasburgo. Nessuna lesione della laicità, dicono entrambe le corti.La Cassazione si è pronunciata su un caso particolare. Qui, invece, siamo a un caso generale, a una sentenza più ariosa, che soprattutto riguarda tutta l’Europa. Con l’Italia si sono schierati molti Stati di tradizione ortodossa. Il crocifisso sta quasi ovunque, tranne in Francia. Ed è importante la sottolineatura che le tradizioni vanno rispettate. In altre sentenze era prevalsa l’influenza della laicità alla francese. Stavolta viene riconosciuta la nostra concezione di laicità aperta.
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