martedì 22 maggio 2018
«Centinaia di procedimenti, prima erano solo una trentina. È in corso un vero accerchiamento, anche in altri settori»
«Caporalato, poche denunce ma processi in aumento»

«La legge sul caporalato approvata nell’ottobre 2016 sta funzionando. Prima i processi per questo reato erano stati solo una trentina in tutta Italia. Oggi invece sono centinaia in varie procure dal Nord al Sud. Inoltre questa legge sta permettendo di attaccare tutte quelle condizioni che ledono la dignità del lavoratore, i diritti sociali, sindacali e della sicurezza». Ne è convinto Bruno Giordano, magistrato di Cassazione, professore alla Statale di Milano ed ex consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sicurezza del lavoro. E tra gli esperti ascoltati nella stesura della legge.

«L’applicazione in questo anno e mezzo – ci spiega – ha dimostrato che lo sfruttamento del lavoro va da Nord al Sud e non solo in agricoltura. È un reato presente in edilizia, nel settore metalmeccanico, nei cantieri navali, nei servizi, come gli appalti di pulizia, di trasporto, spesso attraverso cooperative. Si scarica verso il basso il risparmio dei costi facendolo pagare a chi deve lavorare per pochi euro e con pochi diritti». La sua è un’analisi molto dura. «Il caporalato è un profilo criminale. Non possiamo parlare di un fenomeno perché fenomeno è ciò che non si può spiegare mentre qui si può spiegare tutto benissimo». Ora, insiste il magistrato, «la legge permette di punire non solo il caporale ma anche il datore di lavoro. E non incrimina soltanto le persone fisiche, ma anche le imprese perché stabilisce la loro responsabilità penale diretta».

È «un vero e proprio accerchiamento», lo definisce Giordano, «non solo con l’incriminazione penale, ma anche col sequestro e la confisca delle aziende e di tutto il patrimonio dell’imprenditore». Per evitare poi «il ricatto occupazionale», è prevista «la nomina da parte del giudice di un controllore giudiziario per consentire il mantenimento del patrimonio dell’azienda e il livello occupazionale». E questo è molto impor- tante perché «il lavoratore è il primo 'complice' del suo sfruttamento per non perdere il lavoro. Sono rarissimi i casi in cui ci si ribella. Così le denunce sono molto rare».

Anche perché gli imprenditori disonesti in questi mesi hanno preso le contromisure, trucchi per aggirare la norma. «Oggi è diffusissimo, anzi ormai è la regola, non avere dei lavoratori in nero ma in grigio, cioè formalmente assunti, che hanno una busta paga regolare ma per un numero di ore di gran lunga inferiore a quelle effettive. Il resto viene pagato a nero oppure regolarmente ma il lavoratore deve restituirne una parte. E così si creano dei fondi neri. In caso di controllo il lavoratore, purtroppo, non ha nessun interesse a dichiarare agli ispettori che risulta lavorare due ore al giorno mentre in realtà ne fa dieci. E l’ispettore guarda caso l’ha trovato proprio nelle due ore in cui lavora...».

Non basta, dunque, la pur ottima legge. «Non servono più controlli, quanto più coordinamento. Sono stati affidati all’Ispettorato nazionale del lavoro che avrebbe dovuto riunire gli ispettori dell’Inps, dell’Inail e del Ministero del Lavoro, facendo controlli incrociati, ma non sta decollando». Piuttosto, sottolinea il magistrato, «è dimostrato che solo un’attività massiccia di polizia può scoprire questi reati. Quando devi entrare in un cantiere edile non bastano due ispettori e così in un’azienda agricola di decine di ettari. I lavoratori scappano dall’altra parte. Ho coordinato un blitz per conto della Commissione in un’azienda agricola pontina, ma siamo andati con 40 carabinieri».

Giordano è originario di Vittoria, proprio la zona che Avvenire ha raccontato nei giorni scorsi. «Lo sfruttamento dei lavoratori extracomunitari e comunitari, come i romeni, ha favorito anche quello degli italiani. Il bracciante siciliano si deve adeguare a quel tipo di paga, totalmente illecita, frutto anche di un mercato agricolo che subisce la forte concorrenza dal nord Africa e dalla Cina, con un crollo del prezzo che spinge il datore di lavoro ad abbattere in primo luogo i costi dei salari ». La mafia «ha altri interessi economici, non si basa sullo sfruttamento del migrante. Sono invece interessati al mercato ortofrutticolo, soprattutto all’indotto, trasporti e imballaggi. Non è un caso che gli attentati incendiari degli ultimi mesi hanno colpito queste aziende». Ma il caporalato è utile per altri fini, perché «lo sfruttamento del lavoro comporta non solo la conoscenza e il controllo delle persone, ma anche del territorio. E controllare le persone e il territorio è il Dna della mafia».

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