lunedì 19 settembre 2011
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​La rabbia e l’orgoglio. Il film che va in scena ad Arcore ha un solo protagonista, Berlusconi. Che ad ogni telefonata rifiuta con cadenza quasi ossessiva l’ipotesi di dimettersi: «Mi devono solo abbattere, solo abbattere...». Non lascia il premier. Anzi alza il tiro: «Appena la crisi ci da un po’ di respiro...». «Cosa, presidente?», gli chiedono i colonnelli sempre sospesi tra il sostegno al loro leader e la paura di finire a fondo con lui. «Appena la crisi ci da un po’ di respiro – è la minacciosa spiegazione – voglio tornare in tv, voglio dire a tutti gli italiani quello che sta accadendo. Ieri - venerdì - ci ho pensato a lungo, poi il senso di responsabilità ha prevalso e ho scritto quella lettera al Foglio, non potevo mandare un segnale dirompente ai mercati».

Dunque il Cavaliere si prepara ad un ritorno eclatante sugli schermi degli italiani, che se non fosse stato per i "moderati" del suo entourage avrebbe anticipato già alle prossime ore, magari nella forma del tanto amato "videomessaggio". Perché quando pensa a quanto sta accadendo, al «danno d’immagine» sui media stranieri, alla «manina» delle opposizioni che ci mette il carico da cento, il premier freme, scatta dalla sedia, parla senza freni. Poi nei momenti di relativa serenità si lascia andare a battute sui pm: «Sapete cosa penso? Che questi magistrati hanno lo stesso problema delle ragazze che ospitavo, vogliono finire in tv, la visibilità gli da alla testa...».

Sono giorni, però, in cui deve dar conto anche alle preoccupazioni più o meno velate dei suoi. L’ultima novità è la lettera che gli ha inviato il ministro Galan chiedendogli un ritorno allo "spirito liberale", ennesimo segnale di disagio che si accumula a quelli già lanciati da scajoliani, "frondisti", Alemanno, Pisanu. Senza considerare la Lega lacerata dalla frattura tra bossiani e maroniani, e che potrebbe sfogare le sue tensioni proprio sull’esecutivo. «Passerà anche questa, se superiamo indenni i prossimi dieci giorni arriviamo al 2013, nessuno ci potrà fermare», assicura Berlusconi ricordando come un’analoga situazione la maggioranza l’abbia già vissuta con Noemi, D’Addario, Ruby... E lui è ancora lì a palazzo Chigi. Pronto tra l’altro a vivere da protagonista tutti i suoi processi, a partire da domani quando sarà presente - e non lesinerà esternazioni - a Milano per il procedimento Mills. Anche se, a dire il vero, qualcosina è cambiato. Il Pdl – osservano diversi parlamentari – non è più un monolite che lo segue nella battaglia con i pm. A difenderlo in pubblico c’è la cerchia dei fedelissimi, e pochi altri. Ma Berlusconi non ci fa troppo caso, perché per lui arrivare a fine legislatura è questione di numeri in Parlamento. Non a caso è pronto, per la settimana prossima, ad accontentare i due responsabili Pionati e Galati, dando loro quella poltrona da sottosegretario che puntellerebbe l’appoggio del loro gruppo alla maggioranza. Mentre Alfano continua a lavorare per il futuro, cercando di capitalizzare lo scontento in Fli e di usare a proprio vantaggio il patto Pd-Idv-Sel: «Casini ora si sente fuori, è il momento giusto per convincerlo a tornare con noi», ragionano i colonnelli.

Intanto oggi scade l’ultimatum al premier per presentarsi ai pm di Napoli come parte offesa nel processo per estorsione in cui sono indagati Tarantini e Lavitola. Berlusconi non ci andrà, a meno che il procuratore capo Lepore, in extremis, non gli consenta di presentarsi con i suoi legali e nella veste di indagato in procedimento collegato (il Rubygate di Milano), il che gli darebbe la facoltà di non rispondere senza essere accusato di reticenza o falsa testimonianza. Il capoluogo partenopeo è però contrario a tale ipotesi. Così domani, al massimo martedì, se il premier non si sarà presentato, il pool dei pm dovrà decidere se chiederne alla Camera l’accompagnamento coatto. Un’ipotesi hard, che acuirebbe lo scontro. Perciò si ragiona su un’ipotesi soft: concedere al Cavaliere un’altra data, in attesa che arrivi mercoledì, giorno in cui il Riesame deciderà se il fascicolo deve restare a Napoli o passare a Roma per competenza territoriale. Un passaggio di carte che darebbe al premier il tempo di respirare.

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