mercoledì 29 gennaio 2014
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In fin dei conti, è solo strategia commerciale. O, più tecnicamente, rischio imprenditoriale. Il ristorante vieta l'ingresso ai bambini? Qualcuno non gradirà, qualcun altro sì. Fine della discussione, per la Fipe-Confcommercio, che ha così commentato la notizia che una pizzeria-pasticceria bresciana (è inutile, qui, indicare il nome) impedisce l'accesso ai bambini sotto i dieci anni, dopo le 21.Una trovata pubblicitaria? Improbabile: il locale è gastronomicamente apprezzato. E il divieto vige da tempo, si schermiscono giustamente i titolari. E allora? Qual è il problema di accogliere un undicenne e non un novenne? Che il secondo farebbe molti più schiamazzi. E che i bambini dagli zero anni hanno la pessima nomea di piangere o farsi notare in altri modi, dando fastidio all'altra clientela. Appunto, l'altro cliente. Il target scelto dal locale bresciano per dare un tono al locale e alla cena. Non quelle poco desiderabili famiglie con bebè che sono - diciamocelo -sempre un po' trafelate, passeggino-munite e un pelino esigenti («Ha, per favore, un seggiolino? Sa, uno di quelli che all'Ikea costano pochi euro? Grazie lo stesso. Vieni tesoro, siediti sulle gambe di papà»). Che fastidio, restino a casa, che c'è pure la crisi. Il cliente ideale, lui sì che si libra leggero fra i tavoli, è silenzioso, le sue richieste straordinarie non vanno mai oltre il borotalco per la macchiolina sulla cravatta. E soprattutto, è ghiotto di pizza e dolci, che notoriamente non convincono i bambini. Facili ironie a parte, quello dei locali no kids (come dimostra l'espressione inglese ormai in uso da anni) all'estero è una realtà diffusa. L'Italia, che dall'estero non prende mai esempi virtuosi nel campo del welfare per le famiglie, si dimostra permeabile a certe mode dagli aspetti controversi. Come dimostra il caso di Brescia, il primo no bambini. «Il provvedimento (sic) ha riflessi educativi e sociali che non spetta alla Fipe commentare», dicono i commercianti. Ma è - ribadiscono - «assolutamente legittimo». Solo una questione di marketing per distinguersi dai locali che aprono le loro porte a chicchessia, perfino a un bambino. Si chiamano ancora locali pubblici?
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