venerdì 28 luglio 2017
L'allarme nel rapporto 2017: più 2.967 detenuti in un anno, in tutto 56.817. A questo ritmo nel 2020 torneremo ai numeri che portarono la Corte europea dei diriti umani a condannare l'Italia
Carceri italiane, torna il rischio sovraffollamento

Avanti di questo passo, tra tre anni le carceri torneranno al sovraffollamento per cui l’Italia fu condannata nel 2013 dalla Corte europea dei diritti umani. Processi troppo lunghi, troppa custodia cautelare, troppe celle disponibili solo in teoria, troppo basso il ricorso alle misure alternative che abbattono la recidiva. E in alcuni penitenziari siamo di nuovo sotto la soglia minima dei 3 metri quadri per detenuto: alcuni carceri hanno quasi il doppio dei detenuti rispetto ai posti. A lanciare l’allarme è Antigone onlus, che da 19 anni vigila sulle condizioni delle strutture detentive.


Il Pre-Rapporto 2017 sulle carceri, che contiene anche venti proposte per il nuovo ordinamento penitenziario, segnala sintomi preoccupanti. A cominciare dalla durata dei processi, peraltro cresciuti in 10 anni da 1,44 milioni a 1,54. I processi in 1° grado nel 18,9% dei casi superano il limite della "durata ragionevole" di 3 anni che determina un risarcimento, sforamento al 45,3% per gli appelli. La durata media del processo in 1° grado con rito collegiale è 707 giorni, 901 in 2° grado. I 25 mila casi di ingiusta detenzione degli ultimi 25 anni sono costati allo Stato 630 milioni di risarcimenti.

E i detenuti aumentano: 2.967 in più in un anno, in totale 56.817, con un tasso di sovraffollamento del 113,3%. A questo ritmo nel 2020 saremo a oltre 65 mila con una capienza attuale di 50.241 posti. Gli stranieri - che sono il 34,1% dei detenuti - sono comunque calati del 3,3% dal 2007, nonostante l’aumento dei residenti. Antigone parla di «discriminazione nella fase processuale», visto che la custodia cautelare per gli stranieri è del 41,4% quando per gli italiani e del 32,5%. Da segnalare che i detenuti italiani nati al Nord sono 5.473, il doppio rispetto ai romeni. Così come i 3.669 calabresi superano i marocchini e i 2.644 laziali sono più degli albanesi.

Secondo Antigone ben 15.236 detenuti - il 26,8% - potrebbero usufruire delle misure alternative perché devono scontare una pena residua inferiore ai tre anni. Tra i 42.109 condannati in misura alternativa alla detenzione, 13.972 sono in affidamento in prova al servizio sociale, 10.341 ai domiciliari, 9.768 alla messa alla prova, solo 808 in semilibertà. Pochi i detenuti tossicodipendenti affidati in prova ai servizi: solo 1.611 su una popolazione stimata di circa 15 mila. In calo i suicidi: 27, quasi metà dei 47 dell’anno scorso.

Se la media del sovraffollamento è del 113,2%, singoli carceri sono già oltre i livelli di guardia. Busto Arzisio è al 174,2% e i detenuti in attesa di giudizio stanno assieme ai condannati definitivi. Como arriva al 186,6% e crescono gli atti di autolesionismo. E la capienza regolamentare «va presa con le pinze» se come a Nuoro tre bracci dell’istituto sono inutilizzabili, a Livorno un padiglione è chiuso dal 2016 e due dal 2011, a Civitavecchia due perché mai ristrutturati. Antigone segnala che solo Lecce separa i giovani adulti sotto i 25 anni dagli altri, come richiesto dall’ordinamento penitenziario.

E il personale? «Da sempre i sindacati denunciano la loro carenza ma la questione non è affatto scontata». La media è alta, 1,7 detenuti per agente, dato superato solo dai paesi scandinavi. In realtà «sono distribuiti malissimo»: a Pavia 2,9 per agente, ad Arezzo 0,5, cioè due agenti per detenuto. Drammatico invece il numero degli educatori: a Busto Arsizio uno ogni 196 detenuti, a Bologna ogni 139. Problematica la situazione lavoro: occupato solo il 30%, ma nel 26% degli istituti ispezionati non ci sono datori di lavoro esterni e nel 43% mancano corsi di formazione professionale. Scarsi anche i contatti con la famiglia, importanti per il reinserimento. Solo Opera (Milano) dispone delle videochiamate via Skype.

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