martedì 5 dicembre 2023
A migliaia ai funerali di Giulia Cecchettin. Il vescovo Cipolla: «Trasformare il dolore in impegno. Le piazze, le università, i palazzi e le case diventino luoghi dove si difendono i diritti»
Il feretro di Giulia

Il feretro di Giulia - .

COMMENTA E CONDIVIDI

Il silenzio è surreale, sulla distesa bagnata di Prato della Valle. La signora col cappello, all’angolo, ripete che non capisce «perché tutta questa gente, tutte queste ragazze arrabbiate... Gli uomini le donne le uccidevano anche ai nostri tempi e nessuno si agitava tanto». Adesso invece sì: s’agita e si commuove e si stringe le mani quest’onda arrivata a Padova da mezza Italia per dire addio a Giulia Cecchettin. Sono più di quelli che la basilica può contenere, forse meno dei 10mila attesi e annunciati dalla prefettura, comunque tantissimi sotto il cielo carico di pioggia di una città ancora stravolta dai fatti di novembre. I negozi hanno le saracinesche abbassate, l’università ha sospeso le lezioni, le scuole si sono svuotate. Tutti fermi, tutti qui, come in una lenta processione: si sistemano davanti ai maxischermi vicini vicini, gli studenti e i nonni, le commesse e gli impiegati. «E non siamo arrabbiati, non siamo in rivolta. Siamo semplicemente quelli “del basta” con la violenza» ripete Angela con la cartella fluo e tre esami alla laurea in ingegneria, come Giulia.

il vescovo di Padova Claudio Cipolla durante l'omelia

il vescovo di Padova Claudio Cipolla durante l'omelia - .

Quelli “del basta” sono arrivati senza che questo grido e questo appello siano codificati da un movimento di appartenenza o da un richiamo di parte. Non è il 25 novembre, oggi, non c’è il femminismo sul palco, né le bandiere o gli slogan o la psicologia divisa tra le colpe del patriarcato e del narcisismo. Ci sono un feretro, una famiglia devastata e un pastore che prende la parola cercando un senso a tanto dolore.​

Eccolo, il segno di Giulia, un viso che nello spazio d’una settimana – riconosce subito il vescovo Claudio Cipolla – «è diventato caro a tutti». Il suo femminicidio l’ha tracciato come un solco nella coscienza collettiva del Paese e non sarebbe giusto se ad Andria, dove Enza è stata massacrata dal marito a coltellate appena qualche giorno dopo, o in qualsiasi altra città dove ogni tre giorni una donna viene uccisa (103, lo ripetiamo ancora una volta, solo in questo 2023) qualcuno si risentisse. Perché Giulia è tutte loro e insieme la goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’accettazione, dell’abitudine, dell’indifferenza: «È successo a lei perché si era fidata della persona sbagliata», «queste cose capitano alle sprovvedute», «veniva da una famiglia difficile», «lui era pazzo, ha senz’altro perso la testa». No, non ci si può fermare più lì, alla superficie del giudizio che riguarda le altre donne, o certi uomini. La questione è generale, è nazionale, ci riguarda tutti. E bisogna porsi il problema in prima persona, come se Giulia figlia e sorella di tutti fosse, d’ora in avanti, come tutte le altre donne uccise.

La folla in Prato della Valle per seguire i funerali

La folla in Prato della Valle per seguire i funerali - .

È l’appello che il vescovo rivolge alla folla durante l’omelia: «Le piazze, le aule universitarie, i palazzi, le nostre case possono certo diventare quei luoghi dove poter difendere i diritti dei più deboli e creare le condizioni per una vita sociale e individuale all’insegna della giustizia e della libertà». C’è un nuovo modo di amare da costruire, «bisogna trasformare il dolore in impegno» e la sfida è soprattutto dei più giovani: «Forse voi ragazzi potete osare di più rispetto al passato: avete a disposizione le università e gli studi, avete possibilità di incontri e confronti a livello internazionale, avete più opportunità. Nella libertà potete amare meglio e di più: questa è la vostra vocazione e questa può e deve diventare la vostra felicità». Dove l’amore «non si sottrae alla verità, non sfugge la fatica di conoscere ed educare se stessi. È empatia che genera solidarietà, accordo di anime e corpi nutrito di idealità comuni, compassione che nell’ascolto dell’altro trova la via per spezzare l’autoreferenzialità e il narcisismo». Un amore che non possiede, non ossessiona, non uccide.

E poi c’è un’altra promessa, che a Giulia dobbiamo: quella di imparare «la pace tra generi, tra maschio e femmina, tra uomo e donna. Vogliamo imparare – continua il vescovo di Padova – l’amore e vivere nel rispetto reciproco, cercando anzi il bene dell’altro nel dono di noi stessi. Non possiamo più consentire atti di sopraffazione e di abuso; per questo abbiamo bisogno di concorrere per riuscire a trasformare quella cultura che li rende possibili». Non una e non uno di meno, in un patto che la piazza di Padova – dove accanto alle donne ci sono tanti uomini, e tanti giovani uomini – suggella in un’immagine che ha la forza d’un simbolo e di un nuovo inizio: «Si può ripartire da qui».

L'ingresso della Basilica di Santa Giustina

L'ingresso della Basilica di Santa Giustina - Ansa

Alla fine della messa - a cui hanno partecipato decine di sindaci, il governatore del Veneto Luca Zaia e in rappresentanza del governo il ministro della Giustizia Carlo Nordio - l'atteso momento della lettura del messaggio di papà Gino. Che è un messaggio d'amore infinito alla sua Giulia, «la combattente, tenace nei momenti di difficoltà come quando è morta la sua mamma» e piena di vita, ma anche un appello agli uomini perché cambino, alla politica perché trovi una convergenza sul tema della violenza, alla scuola perché agisca sul fronte dell'educazione.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: