L’acqua diventa una sfida sociale: Roma prepara il Forum euro-mediterraneo
di Antonio Fera
Dal 29 settembre al 1° ottobre attese nella Capitale delegazioni da 43 Paesi. Al centro reti, siccità, alluvioni e nuove tecnologie in un'area sempre più fragile

L’acqua che manca d’estate nei territori agricoli. Quella che travolge quartieri e campagne durante le alluvioni. Le reti che disperdono risorse mentre cresce il costo delle bollette. E ancora il diritto all’accesso all’acqua potabile, evocato più volte guardando alla sponda sud del Mediterraneo. È attorno a immagini molto concrete che Roma prova a costruire il primo Forum Euromediterraneo dell’Acqua, previsto dal 29 settembre al 1° ottobre. Al Palazzo delle Esposizioni, dove il 14 maggio si è riunito il Comitato tecnico scientifico dell’iniziativa, il tema dell’acqua smette di essere soltanto materia per tecnici e specialisti. Diventa questione sociale, economica e politica insieme. E solo dopo arrivano anche le formule dei summit internazionali: «blue finance», «water credits», «governance dell’acqua». Un lessico che non nasconde una realtà molto concreta: territori e comunità che convivono già con la siccità, le alluvioni e gli effetti della crisi climatica.
Roma guarda al Mediterraneo
Il Forum punta a portare nella Capitale delegazioni di 43 Paesi dell’area euro-mediterranea. Alla vigilia è prevista anche una riunione ministeriale alla Farnesina, segno di quanto il dossier venga ormai letto anche dentro la cornice geopolitica del Mediterraneo. «L’acqua è la fonte essenziale attorno a cui gira il circuito della vita», dice la presidente del Comitato One Water, Maria Spena, davanti a una platea che mette insieme ministeri, authority, ricerca, utilities, agricoltura e cooperazione internazionale. Il tentativo è costruire una piattaforma stabile di confronto, capace di tenere insieme sicurezza idrica, investimenti e cooperazione.
Non solo ambiente
Il cambio di passo si coglie soprattutto nei temi scelti per il Forum. Non soltanto siccità e cambiamenti climatici, ma «finanza blu», digitalizzazione delle reti, riuso delle acque, intelligenza artificiale, sicurezza alimentare. Spena insiste molto sul tema delle soluzioni industriali e tecnologiche: «Abbiamo l’ambizione di far arrivare il nostro lavoro sulle scrivanie degli organi decisori». E tra i dossier citati compaiono anche i consumi idrici dei data center e il rapporto tra acqua ed energia, tornato centrale dopo le tensioni internazionali attorno allo Stretto di Hormuz.
Il know how italiano
Dentro questo scenario, l’Italia prova a giocarsi il proprio spazio. Gli organizzatori ricordano come il Paese rappresenti circa il 3% dei brevetti mondiali legati alla tutela delle risorse idriche, terzo in Europa dopo Germania e Austria. Il Forum nasce anche con questo obiettivo: trasformare il know how italiano in uno strumento di presenza internazionale. Una linea che si intreccia con il Piano Mattei e con la cooperazione verso il continente africano, dove il tema dell’accesso all’acqua resta decisivo.
Le reti e le perdite
La dimensione concreta del problema emerge negli interventi degli enti locali e dei gestori. L’assessora capitolina ai Lavori pubblici, Ornella Segnalini, parla di oltre 2 miliardi e 400 milioni di investimenti sulla rete idrica romana, tra riduzione delle perdite, riuso delle acque depurate e manutenzione delle infrastrutture. Roma, ricorda, vuole presentarsi al Forum anche come «città dell’acqua», a partire dall’acquedotto del Peschiera, definito la più grande infrastruttura idrica europea.
Troppa acqua, troppo poca
Ma il punto che torna più spesso negli interventi è il clima. O meglio: gli effetti concreti della crisi climatica. Emilio Ciarlo, direttore del Forum, parla di un «trilemma dell’acqua»: troppa acqua quando arrivano alluvioni ed eventi estremi, troppo poca durante la siccità, e poi il problema della qualità. Il riferimento è a un Mediterraneo che cambia rapidamente, tra desertificazione, coste fragili, ghiacciai che arretrano e precipitazioni sempre più violente. Ma Ciarlo prova anche a prendere le distanze da una narrazione soltanto catastrofica: «Non vogliamo narrative apocalittiche». Il Forum, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrà concentrarsi soprattutto su governance, prevenzione e pianificazione.
Dall’agricoltura alla salute
Nel corso della riunione si intrecciano mondi diversi. L’agricoltura rivendica il proprio ruolo nella gestione del territorio e nella sicurezza alimentare. I consorzi di bonifica chiedono di uscire dalla logica dell’emergenza permanente. Gli istituti scientifici insistono sul bisogno di dati condivisi e monitoraggi più avanzati. L’Istituto superiore di sanità richiama invece il rapporto sempre più stretto tra qualità dell’acqua e salute pubblica, mentre la cooperazione internazionale prova a tenere insieme accesso universale all’acqua, stabilità sociale e sviluppo.
Il Mediterraneo come ponte
A fare da sfondo resta il Mediterraneo. «Siamo l’unico punto di riferimento dell’area mediterranea che cerca di mettere insieme tutti i Paesi per rilanciare la cooperazione», osserva Marco Rago, consigliere giuridico del ministero degli Esteri. Dietro il linguaggio della «diplomazia blu» c’è il tentativo di usare il tema dell’acqua come terreno di dialogo in un’area attraversata da conflitti e instabilità. Non soltanto ambiente, dunque, ma anche politica estera e sicurezza.
Una questione sociale
Nelle intenzioni degli organizzatori, il Forum non dovrà restare confinato ai tavoli tecnici. Accanto ai panel istituzionali sono previsti workshop, incontri pubblici, iniziative con scuole e università. L’idea è che l’acqua debba uscire dalla dimensione specialistica e tornare a essere percepita come bene comune. Non soltanto risorsa economica, ma elemento che tiene insieme territori, comunità e diritti: «L’acqua coltiva la pace».
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