Quello che l'Italia può fare per la sua acqua

di Nora Garofalo, segretaria generale Femca Cisl nazionale
Tra bancarotta idrica e guerra dell’acqua, qualche proposta per il Paese, alla vigilia della Giornata mondiale dedicata alla risorsa naturale più importante del pianeta
March 21, 2026
Quello che l'Italia può fare per la sua acqua
Uno scorcio del lago di Garda/ WEB cc Pexels
Bancarotta idrica. Le Nazione Unite hanno definito così, poco tempo fa, il collasso sistemico legato al superamento della soglia di sfruttamento dell’acqua disponibile a livello globale. Secondo il rapporto ONU, le risorse idriche sono state utilizzate e inquinate in maniera talmente impattante, che non possiamo riportarle ai livelli precedenti. Della perdita irreversibile di capitale idrico naturale parlano i numeri: negli ultimi 50 anni sono scomparsi 410 milioni di ettari di zone umide naturali, una superficie pari quasi a quella di tutta l’Unione Europea; circa il 70% delle principali falde acquifere mondiali è in declino strutturale e oltre il 30% della massa dei ghiacciai globali è andata persa, a partire dal 1970.
Non si tratta solo di un problema idrologico, ma di un tema di giustizia sociale, sul quale ci vorrebbe maggiore attenzione da parte del mondo politico, a livello nazionale e sul piano della cooperazione multilaterale. L’impoverimento delle riserve idriche infatti si ripercuote direttamente sulle popolazioni e sui loro diritti umani: 2,2 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile, 3,5 miliardi vivono senza servizi igienico-sanitari adeguati e circa 4 miliardi affrontano una grave scarsità d’acqua almeno un mese all’anno. Causa centrale della crisi la produzione agricola, con il 70% dei prelievi globali di acqua dolce, spesso attraverso forme intensive di drenaggi di falde e bacini idrici.
Diamo ancora uno sguardo allo scenario globale. Nell’autunno scorso l’Etiopia ha inaugurato la Grand Ethiopian Renaissance Dam, una gigantesca diga idroelettrica costruita sul Nilo Azzurro, vicino al confine con il Sudan, oggi al centro di una dura disputa geopolitica che coinvolge anche l'Egitto e riguarda la gestione delle acque del fiume. In questo periodo assistiamo a una nuova guerra in Medio Oriente il cui perno sembra il controllo dell’oro nero, ma che si consuma anche attraverso l’oro blu. E non da oggi. Già nel 1967 Israele, annesse le Alture del Golan al termine della Guerra dei sei giorni, proprio per garantirsi un importante approvvigionamento idrico, mutando così i rapporti nella distribuzione della risorsa nell’area. Oggi gli abitanti della Striscia di Gaza sopravvivono con una quantità d'acqua tra i 3 e i 5 litri al giorno a persona per tutte le esigenze (bere, cucinare, igiene). Oltre il 90% dell'acqua a Gaza è considerata non adatta al consumo umano a causa della contaminazione e circa il 70% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie è stato distrutto o danneggiato, inclusi i desalinizzatori, i pozzi e le reti fognarie (Dati Unicef). L’acqua è diventata un’arma per minacciare l’esistenza di interi Paesi. Il Bahrein è uno degli Stati più colpiti dalla rappresaglia iraniana dall’inizio della guerra con Israele e Stati Uniti. L’obiettivo sono gli impianti di desalinizzazione, usati per ottenere la risorsa di cui sono naturalmente privi, ovvero l’acqua dolce. Così avviene per altri Paesi del Golfo Persico. In Kuwait il 90% dell’acqua potabile è desalinizzata, in Oman l’86%, in Arabia Saudita il 70% e a Dubai (Emirati Arabi) si arriva al 96%.
Anche in Italia, dopo periodi di siccità prolungata e il ricorso a misure straordinarie come lo Stato di emergenza (per la Sicilia è in essere dal maggio 2024), stiamo allargando l’uso di centrali di desalinizzazione - sinora destinato per il 70% a scopi industriali - a infrastrutture strategiche per usi civili, in città come Taranto e Agrigento. Le infrastrutture sono il grande tema del nostro Paese. Sono vecchie e danneggiate, con il 25% che ha oltre 50 anni e una dispersioni media che si attesta intorno al 40%. Come Femca Cisl (il 70% dei circa 50mila lavoratori del contratto gas-acqua è ascrivibile al settore idrico) possiamo fare la nostra parte, richiamando con forza l’attenzione sulla necessità di un impegno comune per una gestione moderna, efficiente e sostenibile del servizio idrico. Il settore ha
bisogno di un piano strutturale di investimenti per ammodernare acquedotti e reti, riducendo drasticamente le perdite, il che significherebbe non solo tutelare la risorsa, ma anche creare lavoro qualificato e stabile, favorire l’innovazione tecnologica e ridurre i costi di gestione. Gli investimenti nel settore idrico devono diventare una priorità nazionale, sostenuti anche dai fondi del PNRR e da strumenti finanziari di lungo periodo.
Dobbiamo inoltre colmare al più presto il grave ritardo infrastrutturale su fogne e depuratori. Le numerose procedure di infrazione e le sanzioni comminate dall’Unione Europea pesano ogni anno sui bilanci pubblici per milioni di euro. Ma ancora più pesante è il danno ambientale: la carenza di impianti adeguati compromette la qualità dei fiumi, dei mari e delle falde, con ripercussioni sulla salute, sul turismo e sull’economia dei territori. È necessario un piano coordinato a livello nazionale che metta fine alle disuguaglianze territoriali e assicuri a tutti i cittadini un servizio idrico integrato ed efficiente.
La piena applicazione della Legge Galli resta una sfida ancora aperta. A distanza di oltre venticinque anni, in molte Regioni non sono ancora state costituite le società di gestione del ciclo idrico integrato previste dagli Ambiti Territoriali Ottimali. Questo ritardo genera frammentazione, inefficienze e disparità di servizio. L’attuazione uniforme della normativa è una condizione essenziale per garantire equità, trasparenza e qualità. Il diritto all’acqua non può dipendere dal codice di avviamento postale: serve un quadro normativo finalmente omogeneo per tutto il Paese.
La gestione del servizio idrico deve inoltre assumere pienamente caratteristiche industriali. Solo un approccio di sistema può assicurare la solidità economica e tecnica necessaria per affrontare le sfide della digitalizzazione, dell’adattamento climatico e dell’innovazione tecnologica. Strutture industriali solide permettono di sfruttare sinergie, ottimizzare risorse, migliorare la programmazione e accedere ai finanziamenti messi a disposizione dal PNRR e dall’Europa.
Inoltre è indispensabile che le società di gestione siano certificate e valutate in base alla qualità del servizio erogato. La trasparenza e l’efficienza devono essere premiate attraverso una sorta di bollino blu, con sistemi di incentivazione che valorizzino le buone pratiche e spingano al miglioramento continuo. L’obiettivo deve essere costruire un modello virtuoso, dove la qualità, la sicurezza e la sostenibilità diventino indicatori concreti di efficienza e responsabilità verso i cittadini.
A livello industriale, sarebbe auspicabile che le imprese puntassero alla positività idrica, riducendo i prelievi e promuovendo benefici concreti a livello di bacino idrografico. Tale approccio consentirebbe, per esempio, che gli usi agricoli dell’acqua - maggiore voce di spesa nel bilancio idrico - possano derivare da risorse ottenute dai processi industriali (acque reflue) o desalinizzate. C’è già qualche caso virtuoso. In Sicilia, nella bioraffineria di Gela, è attivo un sistema avanzato di trattamento e riutilizzo. Tale impianto è alimentato dal depuratore urbano, gestito dalla stessa Eni e le acque della bioraffineria vengono riciclate negli impianti, riducendo prelievi e impronta idrica. Stesso modello industriale per la raffineria di Taranto che negli anni ha sviluppato un processo che prevede il riutilizzo dell’acqua, orientato a una sempre maggiore riduzione dei prelievi, anche attraverso un significativo uso di tecnologie avanzate e intelligenza artificiale. Venendo al comparto tessile, un caso studio importante arriva dal distretto di Prato dove c’è il sistema GIDA (Gestione Impianti Depurazione Acque), che attraverso una rete di acquedotto industriale dedicata, distribuisce acqua riciclata dalle fognature civili e industriali alle tintorie e alle aziende tessili. Solo qualche esempio per dire che il futuro è ancora possibile, ma dobbiamo continuare a investire, innovare e proteggere questa risorsa a ogni livello. La crisi idrica non è acqua passata.

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