«Il vento della rivolta in Francia premierà i partiti più radicali. Qui la crisi è di sistema»
di Daniele Zappalà, Parigi
Stéphane Rozès è fra i più apprezzati osservatori della scena politica transalpina. «Sta mancando la fiducia nelle istituzioni centrali e nelle forze politiche. Le proteste dei giovani consentono a Mélenchon di consolidarsi all'interno della sinistra come uomo di rottura, mentre Le Pen allarga il proprio elettorato nel Paese profondo, a partire dalle campagne»

«Politicamente, non si può dire che le proteste di liceali e studenti universitari stiano facendo il gioco delle forze moderate. Al contrario, gli scontri acuiscono ancor più la paura verso il futuro già forte nel Paese». A pensarlo è lo studioso e saggista Stéphane Rozès, fra i più apprezzati osservatori della scena politica francese, famoso per aver più volte “azzeccato” con ampio anticipo il risultato finale delle elezioni. Per lui, «nei prossimi mesi, i sommovimenti sociali continueranno e questo renderà ancora più lunga, densa e complessa la campagna verso l’Eliseo».
La coincidenza delle proteste giovanili e dell’inizio della corsa elettorale accentuerà l’imprevedibilità dei prossimi mesi?
Sì, anche perché la campagna è partita in anticipo. E adesso, quanto sta accadendo in piazza pare già premiare i due partiti che si sono mostrati fin qui più dinamici. Mi riferisco, da una parte, a La France insoumise (La Francia insubordinata, ndr), di Jean-Luc Mélenchon, e dall’altra al Rassemblement national (Raggruppamento nazionale, ndr) di Marine Le Pen. Gli “insubordinati” ne approfittano per consolidarsi all’interno della sinistra. I lepenisti per allargare il proprio elettorato.
Il malcontento traversa ampi strati della società. Accanto al mondo della scuola e dell’università, pure quello rurale. Un clima pesante trasversale che pare per certi aspetti inedito.
Le proteste che osserviamo si iscrivono in una crisi politica e sociale più profonda, osservabile già da tempo. Una crisi, innanzitutto, di fiducia nelle istituzioni centrali e nelle forze politiche. Dunque, per molti francesi, soprattutto lontano dalle grandi città, si tratta di una chiara conferma dello stato di deperimento del Paese. In termini elettorali, ciò penalizzerà ancor più le campagne dei candidati più o meno associati al macronismo.
Mélenchon e in generale l’ultrasinistra sono accusati da più parti di strumentalizzare i liceali.
È vero, si tratta di accuse non prive di fondamento. Ma oggettivamente, non si può di certo negare che gli argomenti dei liceali siano ancorati nella realtà. C’è una carenza materiale di mezzi in molte scuole. Dunque, sul piano politico, a sinistra, Mélenchon potrà apparire soprattutto come colui che aveva denunciato le ingiustizie reali prima e più forte degli altri. Si tratta proprio della strategia che Mélenchon persegue fin dall’inizio, proponendo un progetto di società di rottura.
Ciò vuol dire che chi propendeva già per gli estremi rischia di essere confortato nella propria scelta?
Sì, perché l’elettorato nel mirino di Mélenchon è composto in primo luogo dai giovani e dalle banlieue. Per quanto riguarda Le Pen, la Francia profonda. Da una parte, attraverso le proteste, i giovani si stanno politicizzando e potrebbero svolgere dunque un ruolo molto più attivo nella campagna nei prossimi mesi. Ma al contempo, le immagini di violenze spaventano la Francia profonda e ciò favorisce il voto lepenista, associato proprio alle paure e alla richiesta di protezione e di ordine.
Pur essendo oggetto di accuse per i metodi impiegati, la polizia può dunque contare sul sostegno della Francia non urbana?
È chiaro. La polizia resta popolare nella Francia profonda, che tende ad associare le devastazioni e i roghi a Mélenchon e ai quartieri multiculturali periurbani. In fondo, gli anni Macron sono sempre percepiti da molti come un’epoca di disordini. Il bisogno di protezione dei francesi è cresciuto, esacerbando così ancor più molte tensioni e divisioni.
© riproduzione riservata
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





