I social media creano dipendenza come le sigarette? Si apre il processo negli Usa
Il nodo centrale, sostenuto dall’accusa, è che le aziende abbiano anteposto i profitti al benessere degli utenti, nonostante i dipendenti abbiano implorato i dirigenti di disattivare determinati strumenti

Le app dei social media creano dipendenza come le sigarette? È questa la domanda principale che sta dietro all’accusa che Meta e YouTube dovranno affrontare nelle prossime 8 settimane nelle aule giudiziarie degli Stati Uniti. Mentre TikTik e Snapchat hanno raggiunto un accordo extragiudiziale per evitare la prima delle cause legali, in cui sono coinvolte le piattaforme social.
Quello che si apre in California è il primo grande processo, a cui ne seguiranno altri due che riuniscono migliaia di cause legali. Farà da apripista e vedrà coinvolte le big tech, tra cui Meta Platforms, proprietaria di Instagram e Facebook, e Alphabet, casa madre di YouTube: sotto accusa per aver ideato prodotti allo scopo di catturare l’attenzione di un’intera generazione di giovani utenti. Stando alle accuse, funzionalità come lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei video e le raccomandazioni algoritmiche portano a un uso compulsivo dei social media e causano problemi di salute mentale che a loro volta provocano ansia, depressione, disturbi alimentari e autolesionismo.
La preoccupazione per gli effetti dei social media soprattutto sui minori è aumentata a livello globale. In Francia un disegno di legge che vieta l’accesso ai social media ai minori di 15 anni ha già ottenuto l’approvazione del Parlamento ed è al vaglio al Senato. «Vietare i social network agli under 15 è ciò che consigliano gli studiosi e che chiedono massicciamente i francesi» ha scritto su X, il presidente Emmanuel Macron che ha chiesto al governo di attivare la procedura accelerata. Se il ddl verrà adottato definitivamente, la Francia sarebbe il primo Paese europeo a imporre un simile limite di età per l’accesso ai social, dopo l’Australia che è stato il primo Paese al mondo a vietare l’utilizzo dei social network ai minori di 16 anni. Oltreoceano, diversi Stati federali americani, tra cui la California, il Texas e l’Ohio hanno promulgato leggi volte a proteggere il benessere dei bambini. Mentre il Congresso americano, prima della presidenza Trump, aveva minacciato per anni di intervenire contro le big tech, ma la maggior parte degli sforzi è fallita: in una delle udienze Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e Ceo di Meta Platforms fu persino costretto a scusarsi con i genitori che affermavano che i social media avevano contribuito alla morte dei loro figli.
Ora è arrivato il momento di andare in aula, con gli avvocati dell’accusa che intendono anche basarsi su una serie di documenti interni dell’ultimo decennio che dimostrano che i dirigenti del settore tecnologico erano a conoscenza e discutevano degli effetti negativi dei loro prodotti sui bambini. Il nodo centrale, sostenuto dall’accusa, è che le aziende abbiano anteposto i profitti al benessere degli utenti, nonostante i dipendenti abbiano implorato i dirigenti di disattivare determinati strumenti.
Martedì è stata selezionata la giuria presso la Corte Superiore della California della Contea di Los Angeles. E a partire da questa settimana, quella stessa giuria ascolterà per la prima volta una 20enne californiana, identificata con le iniziali KGM, che ha intentato la causa nel 2023. La giovane donna sostiene di essere diventata dipendente dai social media da bambina e di aver sofferto di ansia e depressione, oltre che aver avuto problemi legati all’immagine del suo corpo.
Il caso di KGM non è l’unico: sono migliaia le persone che hanno intentato causa, tra i querelanti ci sono anche i distretti scolastici che sostengono di aver speso milioni di dollari in consulenza, provvedimenti disciplinari e servizi di salute mentale.
Quello che si apre potrebbe essere un processo che farà scuola, nel quale Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Meta, e Neal Mohan, Ceo di YouTube, saranno tra i dirigenti chiamati a rispondere in aula riguardo ai documenti aziendali che sono circolati e che avvertivano che le logiche sottese alle piattaforme avrebbero potuto causare danni. L’impianto dell’accusa ricalca quello utilizzato contro le multinazionali del tabacco, come Philip Morris e RJ Reynolds accusate di aver nascosto informazioni sui danni delle sigarette, alla fine degli anni Novanta: gli avvocati intendono utilizzare la stessa tesi secondo cui le aziende tecnologiche hanno creato prodotti che creano dipendenza.
Dal canto loro, storicamente, le aziende tecnologiche si sono rivolte alla sezione 230 del Communications Decency Act, una legge alla base della regolamentazione di Internet negli Stati Uniti che esenta le piattaforme dalla responsabilità legale per i contenuti generati dai propri utenti, come parte della loro difesa legale. Ma già l’anno scorso un giudice di Los Angeles aveva stabilito che le stesse caratteristiche di design delle piattaforme potessero essere responsabili del danno, e non solo i contenuti di terze parti pubblicati su siti e app. «Si tratta di un caso all’avanguardia di aziende gigantesche e molto potenti che finora sono riuscite a evitare responsabilità molto meglio di molti altri settori», ha spiegato Benjamin Zipursky, professore alla Fordham Law School ed esperto in diritto civile. «Potrebbero dover rispondere di qualche responsabilità in questo caso».
Anche se ci vorranno anni per vedere la fine di questo contenzioso, l’esito del processo potrebbe avere conseguenze profonde a livello globale: non solo miliardi di dollari di danni, ma anche l’obbligo di modificare la progettazione e il design delle piattaforme, oltre a nuove normative per regolare il modo in cui le aziende tecnologiche interagiscono con i minori.
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