Snapchat si sfila dal processo più grande su social media e dipendenza
diĀ Ilaria Solaini
Un copione legale, utilizzato decenni fa contro le grandi aziende del tabacco, negli Stati Uniti si ripeterĆ con uno dei tre processi intentati contro le piattaforme social

Ā«Molte persone pensano che Google sia solo un motore di ricerca e Facebook solo un posto dove vedere cosa fanno i miei amici. Quello che non sanno ĆØ che esiste un intero team di ingegneri il cui compito ĆØ usare la tua psicologia contro di teĀ». Ć una delle tante registrazioni che contenevano degli avvertimenti da parte di ex dirigenti di Facebook, Google e dellāallora Twitter su come le piattaforme dei social media potessero āhackerareā la psiche degli utenti: si viene Ā«ricompensati con cuori, "Mi piace", pollici in su, e si confonde tutto questo con il valore e con la veritĆ Ā». Si potrebbe dire che questa storia abbia avuto un incipit quasi cinematografico, nel 2020, quando Netflix aveva pubblicato questo docudrama davvero inquietante intitolato āSocial Dilemmaā che mostrava come il modello di business delle piattaforme fosse, e sia ancora, strettamente legato a massimizzare il tempo di permanenza degli utenti e monetizzare i loro dati personali. Le leve psicologiche alla base sono la paura di perdersi qualcosa, la pressione sociale, oltre a una scarica continua di dopamina legata alle nuove notifiche.
In termini cronologici, lāultima notizia su questa vicenda mostra la scelta di trovare un accordo da parte della societĆ madre di Snapchat, Snap Inch., per evitare di portare in aula la causa sulla dipendenza dai social media che si aprirĆ tra pochi giorni in California. Si tratta del primo grande processo - a cui ne seguiranno altri due che riuniscono migliaia di cause legali - che farĆ tendenza negli Stati Uniti e vedrĆ coinvolte non solo Meta Platforms proprietaria di Instagram e Facebook, ma anche TikTok, di proprietĆ di ByteDance, e YouTube, di proprietĆ di Alphabet: sotto accusa per aver progettato prodotti per catturare lāattenzione di un'intera generazione di giovani utenti.
Come scritto più volte dal New York Times, viene seguito un copione legale, utilizzato decenni fa contro le grandi aziende del tabacco: migliaia di adolescenti, assieme ai distretti scolastici che affermano di aver speso milioni di dollari in consulenza, provvedimenti disciplinari e servizi di salute mentale, hanno intentato cause legali accusando le aziende di lesioni personali e altri danni.
Con loro ci sono i procuratori generali delle cittĆ e degli Stati federali americani che hanno fatto causa alle big tech, convinti che funzionalitĆ come lo scrolling infinito, la riproduzione automatica dei video e le raccomandazioni algoritmiche avrebbero portato a un uso compulsivo dei social media, causando, secondo lāaccusa, depressione, disturbi alimentari e autolesionismo. In altre parole, Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e Ceo di Meta Platforms con cui ha acquisito anche Instagram e WhatsApp avrebbe guidato la sua azienda nel promuovere consapevolmente il coinvolgimento degli utenti a discapito del benessere dei minori.
Storicamente, le aziende tecnologiche si sono rivolte alla sezione 230 del Communications Decency Act, una legge alla base della regolamentazione di Internet negli Stati Uniti che esenta le piattaforme dalla responsabilitĆ legale per i contenuti generati dai propri utenti, come parte della loro difesa legale. Ma giĆ lāanno scorso un giudice di Los Angeles aveva stabilito che le stesse caratteristiche di design delle piattaforme potessero essere responsabili del danno, e non solo i contenuti di terze parti pubblicati su siti e app.
Questo primo processo āguidaā dovrebbe iniziare il 27 gennaio con la selezione della giuria e il suo esito potrebbe avere conseguenze profonde a livello globale: non solo miliardi di dollari di danni, ma anche lāobbligo di modificare la progettazione e il design delle piattaforme, oltre a nuove normative per regolare il modo in cui le aziende tecnologiche interagiscono con i minori.
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