Come arginare l’indignazione ed evitare che sfoci in odio?
Contenuti pensati per suscitare rabbia o indignazione. Provocatori o offensivi, vengono pubblicati con l'obiettivo: aumentare traffico e coinvolgimento su pagine web e profili social
Rage bait, “esca della rabbia”: contenuti pensati per suscitare rabbia o indignazione. Provocatori o offensivi, vengono pubblicati con un obiettivo preciso: aumentare traffico e coinvolgimento su pagine web e profili social. È la parola del 2025 secondo la Oxford University Press.
L’accostamento con la parola del 2024 è rivelatore: brain rot, “putrefazione del cervello”, definita come «il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale» causato da un consumo eccessivo di materiale superficiale o poco stimolante, soprattutto online. Se allora l’attenzione era sulla fruizione, oggi la lente si sposta sulla regia delle emozioni: la rabbia come scorciatoia che accelera reazioni e schieramenti. La cornice è una quotidianità onlife, in cui la distinzione tra online e offline si assottiglia.
Con il social web, segnato dalla co-autorialità dei contenuti, siamo insieme spettatori e produttori e l’online diventa uno spazio di socialità decisivo. In questo contesto le fiammate d’odio possono nascere e crescere in intensità con grande rapidità. Acuite dalla produzione di video e foto falsi creati dall’intelligenza artificiale, ormai veramente difficili da distinguere dal reale. C’è l’impulsività di chi agisce «senza pensarci», senza valutare le conseguenze: come il quindicenne che mette un like a un post che invita allo stupro di una coetanea. E c’è l’azione di odiatori strutturati, professionisti che usano il digitale per raggiungere nuovi tipi pubblico e prendere di mira singoli gruppi, per propaganda o per lucro. I rage bait catturano l’attenzione scatenando polarizzazione su ostilità favorendo aggregazioni basate su sentimenti simili. Ad esempio, negli ultimi due anni, il conflitto israelo-palestinese è tra i temi su cui più si sono concentrate polarizzazioni opposte, certe volte solo su presupposti puramente emotivi. Come arginare l’indignazione ed evitare che sfoci in odio? Serve educare gli utenti, ma anche responsabilizzare le piattaforme che, negli ultimi anni, hanno sempre più sfruttato il fenomeno invece di governarlo. I social, nel sovraccarico informativo, spingono a scegliere in fretta e a schierarsi “di pancia”.
Gli algoritmi sono tutt’altro che neutri: memorizzano i gusti pregressi e, quando esprimiamo una preferenza spinti da un sentimento negativo, lo rinforzano subito con contenuti simili, finendo per normalizzare la rabbia. È così che un’ondata d’odio diventa accettabile e un contenuto può assumere il ruolo di “esca della rabbia”. Le parole dell’anno raccontano un tempo postdigitale: non la fine del digitale, ma la sua integrazione piena nelle nostre vite. Per dirla con il giornalista e pedagogista Stefano Pasta, oggi le sfide sono due. La prima è la “cittadinanza onlife”: archiviare il determinismo dei “nativi digitali” e concentrarsi su come stiamo insieme. La seconda è cambiare prospettiva, passando dal contrasto al “divario digitale” alla lotta alla “povertà educativa digitale”. Perché la competenza digitale è davvero un’opportunità soltanto quando è accompagnata da un intervento pedagogico e da una responsabilità collettiva.
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