Il tramonto del metaverso, l’alba della realtà aumentata

Secondo Bloomberg, Meta avrebbe ridotto fino al 30% il budget della divisione metaverso, tra piattaforme social immersive e visori si stimano perdite oltre i 70 miliardi
February 6, 2026
Il tramonto del metaverso, l’alba della realtà aumentata
La profezia del metaverso è evaporata come tante mode, in silenzio, con una distratta alzata di spalle. E l’ironia è che a smentirla non è stato un avversario, ma la direzione stessa che sta prendendo il mondo del digitale. Mark Zuckerberg aveva scommesso su un trasloco integrale in un altrove virtuale; oggi sembra costretto al gesto opposto, quasi un ritorno forzato al mondo reale. Niente mondi nuovi. Piuttosto strati che si posano sul mondo, lo rivestono, lo riscrivono.
Nel 2021 Meta si presentò come la depositaria del “prossimo internet”: realtà virtuale, avatar, uffici e piazze digitali. Quattro anni dopo, con perdite cumulate stimate oltre i 70 miliardi di dollari, quella narrazione scricchiola. Secondo indiscrezioni di Bloomberg, l’azienda avrebbe ridotto fino al 30% il budget della divisione metaverso, tra piattaforme social immersive e visori. E il mercato, che non si innamora ma misura, avrebbe reagito come davanti a una resa attesa: meglio tagliare adesso che inseguire un costoso miraggio.
A decretarne il declino non è stata un singolo sbaglio, ma una somma di piccoli disagi: visori ingombranti, nausea dopo immersioni prolungate, avatar più vicini a vecchi videogiochi che alla realtà futura. E forse un evento imprevisto. Uscivamo da mesi di lockdown, costretti ad ore di monitor e chiamate infinite: l’ultima cosa che desideravamo era spostare la socialità in una copia sbiadita della realtà. Il Metaverso chiedeva di evadere dal mondo fisico proprio mentre tutti cercavano di rientrarci.
Più che un fallimento, il metaverso è stato un test - stress: ha mostrato il punto in cui la tecnologia smette di essere attraente e comincia a essere pesante. La rete, negli ultimi anni, ha fatto proprio l’opposto di ciò che immaginava Zuckerberg: non ci ha sequestrati in una realtà parallela ma si è infiltrata nel quotidiano. Non un “altro mondo”, ma un altro modo di abitare questo.
Mentre l’idea di città virtuali si sgonfia, cresce l’attenzione per dispositivi che non chiedono fuga, ma sovrapposizione: occhiali intelligenti, assistenti vocali, traduzioni simultanee, microschermi che portano il digitale davanti ai nostri occhi senza volerci strappare dai luoghi quotidiani. E forse proprio per questo ancora più rischioso.
Se il metaverso era un teatro chiuso, la realtà aumentata è un palcoscenico aperto: la vita di tutti, in diretta. Una telecamera discreta sul nostro volto, un software che riconosce, annota, traduce, suggerisce. La tentazione di trasformare ogni incontro in dato, ogni volto in etichetta, ogni strada in un flusso di notifiche. Una presenza (sorveglianza) ancora più pervasiva e, soprattutto, più intima.
Dunque, non si tratta di ridere per l’ennesima stramberia tecnologia fallita. Si tratta di capire quale digitale vogliamo: quello che ci invita a evadere dalla realtà, o quello che la colonizza in silenzio. Il metaverso era un sogno barocco. La sua eredità, più sobria e più pervasiva, rischia di essere molto più concreta e devastante.
Perché le mode tecnologiche non spariscono: si riciclano. I grandi annunci servono a testare il pubblico, a dirottare investimenti, ad orientarne i gusti. Quando tutti “salivano sul carro”, spesso non era convinzione: era paura di restare fuori dal prossimo standard. Ora il problema non è contare i morti eccellenti, ma seguire i passaggi: chi controlla l’hardware? Chi raccoglie i dati? Chi li trasforma in profitto? Forse il metaverso chiude bottega solo perché la merce vera è la nostra vita e la nostra privacy, e la vetrina migliore è la realtà stessa.

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