lunedì 5 dicembre 2016
Il partito diviso in due, slitta a venerdì la direzione. Speranza: la vittoria del No non è solo della destra.
D'Alema e Speranza in conferenza stampa dopo la vittoria del No. (Lapresse)

D'Alema e Speranza in conferenza stampa dopo la vittoria del No. (Lapresse) - LaPresse

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Lo sgambetto della minoranza Pd questa ha fatto male a Renzi. Nel calderone di quel 60% di No che ha rispedito al mittente la riforma costituzionale sulla quale il premier aveva puntato tutto, ci sono anche i voti della sinistra del partito che da sempre contesta con toni accessi la linea di Renzi.

La storia recente del Pd (ma anche quella passata) del resto è costellata da lotte interne e da pugnalate alle spalle. Dalla mancata elezione di Romano Prodi alla presidenza della Repubblica, al siluramento di Pierluigi Bersani dopo le elezioni passate alla storia per la "non vittoria" prima e di Enrico Letta poi (sostituito in corsa dallo stesso Renzi) passando adesso per la fine repentina, e per il momento sembrerebbe senza appello, del governo Renzi dopo tre anni.

In pochi oggi hanno il coraggio di parlare. Chi lo fa cerca di gettare acqua sul quel fuoco che per anni ha alimentato. "Prendiamo atto delle dimissioni di Renzi. Ora occorre dare un governo al Paese. Confidiamo in Mattarella". Nessuna richiesta di ripensamento da parte di Roberto Speranza e dei suoi (Pier Luigi Bersani è rimasto a Piacenza) che hanno seguito stanotte lo spoglio insieme in un'abitazione a Roma per poi trasferirsi al comitato di Massimo D'Alema, al Circo Massimo.

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Oggi il Pd è meno fragile, perché si può dire che la vittoria del No non è solo della destra" dice Speranza. Una vittoria che ha un prezzo altissimo. "Noi non abbiamo mai chiesto le dimissioni di Renzi. Anzi, sono mesi che gli diciamo di aver sbagliato a personalizzare. Ha fatto tutto da solo" sottolinea. Ed ora? "Ora la parola è a Mattarella ma certo occorre dare presto un governo al Paese. C'è da approvare la legge di Bilancio, tanto per cominciare...". Ma non c'è solo l'esecutivo. C'è anche il partito e la minoranza attende Renzi in Direzione, convocata per martedì. Più caustico D'Alema: "Ora nel Pd serve una profonda svolta politica nel Pd e c'è da ricostruire l'unità del partito. L'idea centrista del partito della Nazione è stata sconfitta insieme alla riforma".

La resa dei conti tra le due anime del partito è la direzione convocata in un primo momento dal numero due del partito, Lorenzo Guerini, per domani. Ma adesso destinata a slittare a venerdì. Intanto si fa strada l'ipotesi che Renzi lasci, oltre al governo, la segreteria del partito. Ipotesi sostenuta tra gli altri da Francesco Boccia: "Certo, Renzi deve seguire l'esempio di Bersani" ha detto ad Agorà su RaiTre. "Bisogna definire le tappe del congresso e penso sia più opportuno iniziarlo a gennaio 2017 con un segretario dimissionario", ha concluso il presidente della Commissione Bilancio della Camera.

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