Rubriche

QUESTIONE DI STILE

Gianfranco Ravasi martedì 7 marzo 2006
Si capisce di essere davvero vecchi quando, per festeggiare il proprio compleanno, fra canti e suoni, ci si accorge di avere speso per acquistare candeline più del prezzo della torta. Ha solo una dozzina d'anni, eppure questo figlio di miei amici sa districarsi tra i programmi televisivi satellitari identificandoli con un'abilità e prontezza che io non acquisirei mai. Si ferma, così, su un canale americano ove è di scena un programma in bianco e nero con un attore che io riconosco subito: è Bob Hope che in un vecchio varietà sta sparando battute con una velocità impressionante. Ho colto questa sferzata ironica ma divertita sulla vecchiaia, accanto a tante altre gag che non sempre riesco a capire. La cito per una riflessione sullo stile. Se proviamo a seguire i nostri comici televisivi attuali, oltre ad essere abbastanza noiosi e fin stucchevoli, sanno solo far sghignazzare un pubblico un po' becero e corrivo. La loro cifra stilistica aspira alla volgarità come grande porto in cui rifugiarsi, inzaccherando ogni battuta per renderla, più che salace, greve. Oppure il ricorso alla stupidità, alla vacuità, alla banalità sembra essere l'unica risorsa per rendere "leggero" il discorso. Purtroppo questo è lo stile comune anche nel parlato quotidiano: mi ha sorpreso qualche tempo fa, stando a tavola con una persona di un certo rilievo pubblico, sentire come faticasse a trattenere le solite interiezioni volgarotte, usando per altro un linguaggio inceppato e trasandato. Senza voler essere puritani a tutti i costi, un po' di stile, di finezza, di autocontrollo non guasterebbe. Se è ormai consuetudine citare il detto del francese Georges-Louis Buffon: «Lo stile è l'uomo», a me piace una frase del tedesco Heinrich Böll: «Nell'esercizio anche del più umile dei mestieri lo stile è un fatto decisivo».