Attualità

I conti del Paese. Allarme S&P, ma rating fermo

Luca Mazza sabato 27 aprile 2019

Gli analisi americani: continui cambi politici e passi indietro sulle riforme contraggono il Pil. Il timore di un improvviso ritiro della fiducia degli investitori Bene l’asta dei Bot a 6 mesi

L’attesa per il 'verdetto' è stata segnata da giorni di tensione e da una vigilia di apparente calma, ma alla fine l’agenzia americana S&P ha deciso di lasciare il rating sull’Italia a «BBB», mantenendo però l’outlook negativo. Un dato, su tutti, può rendere l’idea di quanto sia stato elevato il livello di preoccupazione sui mercati nelle ultime due settimane: lo spread è passato dai 248 punti base del 12 aprile ai 270 di questi giorni, per chiudere ieri in ribasso attorno a quota 260, anche grazie all’asta dei Bot a 6 mesi tutti collocati. Oscillazioni figlie dell’incertezza, appunto, rispetto al giudizio di Standard & Poor’s, comunicato comunque in tarda serata, a mercati chiusi. Secondo l’agenzia di rating, un’inversione di tendenza sul fronte delle riforme e una volatilità della domanda esterna hanno spinto l’economia italiana in recessione.

Nelle proprie valutazioni, Standard and Poor’s sottolinea come il debito pubblico sia in rialzo e il debito privato in calo. «I rischi per la posizione fiscale dell’Italia stanno crescendo», scrivono gli analisti, prevedendo per il 2019 un deficit di bilancio del 2,6% del Pil (rispetto all’obiettivo del governo del 2,4%), unito alla stima che il debito pubblico italiano aumenti leggermente nei prossimi anni, fino al 132,7% del Pil nel 2022.

L’ipotesi dell’agenzia è che la crescita riprenderà nel 2020, «ma solo intorno allo 0,6%», mentre nella zona euro l’incremento del Pil sarà più del doppio (e pari all’1,4%». In Italia, insomma, «la crescita è in stallo, mentre le nuove politiche potrebbero aumentare la rigidità del mercato del lavoro». Altra riforma valutata criticamente è quella del reddito di cittadinanza: quest’anno, valuta S&P, aggiungerà 0,2 punti percentali di Pil alla crescita dell’Italia, ma «lo stimolo della domanda da parte del governo sarà di breve durata, senza ulteriori riforme strutturali che favoriscano la crescita economica». In definitiva, si afferma nella nota, «i continui cambiamenti politici indeboliscono il potenziale di crescita» del nostro Paese. Il 26 ottobre la stessa S&P aveva 'graziato' il Bepaese non modificando il voto.

Anche se il downgrade sulle prospettive future, cioè l’outlook passato da «stabile» a «negativo», era stato un avvertimento piuttosto chiaro. L’aggiornamento di ieri sul rating è il risultato finale di nuove valutazioni effettuate soprattutto su tre parametri: Pil, debito e spread. Aldilà della 'sentenza' dell’agenzia di rating, è evidente che rispetto a sei mesi fa le prospettive economiche dell’Italia sono profondamente mutate. E non certo in meglio. Il Def ha indicato per il 2019 un aumento del Pil di appena lo 0,2%, in linea con quelle che sono al momento le previsioni della Commissione europea.

Ma a stretto giro, il 7 maggio, Bruxelles presenterà le stime di primavera. E non è detto che non possano arrivare sorprese. La ripresa asfittica resta uno dei problemi principali dell’economia nazionale. Perché se è vero che nei primi mesi del 2019, come atteso, il Pil tricolore ha smesso di ridursi, lo scenario per il secondo trimestre resta «fragile e incerto» come evidenzia Confindustria. Nel flash di aprile, da viale dell’Astronomia ritengono che il governo non indichi nel Def come intende procedere, aumentando così i dubbi piuttosto che infondere fiducia.