Agorà

Il caso. Quando Gide desiderava la fede come rinascita

Simone Paliaga martedì 7 luglio 2020

André Gide

È il grande battitore della letteratura francese tra fine Ottocento e prima metà del Novecento. Di famiglia calvinista, diventa ben presto cantore dei sensi, esaltatore della vitalità, sostenitore della liberazione degli istinti e dei desideri. Questo è André Gide (1869–1951), L’immoralista, come recita il titolo di un suo romanzo del 1902. Difficile accostare il suo nome alla fede, dunque. Eppure le vicende della vita, soprattutto per chi è vocato alla ricerca, lasciano sempre spazi aperti a esiti imprevedibili. Essi esulano però dalle storie letterarie. Queste, di un autore, ne elencano le frequentazioni, i maestri e la poetica. Arduo che riescano a dare il respiro della ricerca a cui allora era ancora improntata la letteratura, che tentava di trovare coerenza con la vita. A partire dalla Prima guerra mondiale e fino agli anni Trenta il corso terreno di André Gide è scosso da diversi eventi che mettono in discussione questa coerenza e lo spingono a cercarne un’altra. Allora lo scrittore francese si confronta numerose volte con le conversioni di conoscenti e amici. A pesare, tra tutte, è in particolare quella di Henri Ghéon che il 24 dicembre 1915, sul fronte, abbraccia la fede. A incoraggiare la riflessione dello scrittore d’Oltralpe intorno all’esperienza religiosa con occhi diversi dagli anni passati (e diversi dagli anni a venire) contribuiscono non meno i lunghi dialoghi epistolari con due combattivi defensores fidei come François Mauriac e Paul Claudel.

Così, tra il 1916 e il 1919 Gide si imbatte, forse anche a seguito della drammaticità degli eventi bellici, in una delle sue crisi spirituali più importanti. A testimoniarlo arriva il suo ventiquattresimo quaderno degli appunti, meglio conosciuto come Cahier vert. Da esso nascerà, nel 1922 su incoraggiamento dell’amico Charles du Bos, la raccolta di frammenti intitolata Numquid et tu? (pagine 158, euro 12) ora di nuovo disponibile per il lettore italiano, con l’originale a fronte e per la cura di Elvira Cassa Salvi, dopo settant’anni di assenza dalle librerie, grazie alla casa editrice La vita felice. Si tratta del resoconto di una conversione sfiorata ma mai avvenuta malgrado l’autenticità dello slancio religioso di allora. I frammenti pubblicati da Gide recano per titolo l’estratto di un versetto del Vangelo di Giovanni. Dopo la Festa delle Capanne, quando Gesù si è rivelato, a Nicodemo che ne aveva preso le difese, viene chiesto se non provenisse forse anche lui dalla Galilea. E la stessa domanda, senza risposta in questo caso, Gide la rivolge a se stesso. Fin dalle righe iniziali emerge il sincero afflato che ispira le pagine vergate da Gide. «Per quale assurda modestia – annota il premio Nobel per la letteratura – quale umiltà, quale vergogna, ho io fino a oggi differito di scrivere ciò che da tanti anni urge in me... Aspettavo sempre più saggezza, più cultura, più conoscenza, come se la saggezza degli uomini non fosse follia davanti a Dio».

Poco dopo continua a rivendicare l’umiltà con cui occorre accostarsi alla Sacra Pagina benché il suo atteggiamento dinanzi a essa riveli la formazione protestante ricevuta in giovane età. «Il Vangelo è un piccolo libro molto semplice che bisogna leggere in tutta semplicità. Non si tratta di spiegarlo, ma di ammetterlo. Esso non ha bisogno di commenti e ogni sforzo umano per chiarirlo, l’oscura. Non ai sapienti si rivolge; la scienza impedisce di potervi nulla capire. Vi si accede con la povertà di spirito». Numquid et tu? si inscrive sotto il segno della ricerca di Dio provando a preservarsi da quella del demonio. «È nel difetto dell’amore – ammonisce Gide – che ci attacca il Maligno». I frammenti rivelano la ricerca di un ricentramento su di sé e di rinascita per trovare una nuova coerenza con la vita. Si ritrovano toni à la Fénelon, che lui stesso conferma di leggere. «Mio Dio, vengo a voi con tutte le mie piaghe, che sono divenute ferite; con tutti i miei peccati sotto il peso dei quali la mia anima è schiacciata». Eppure tutto questo non fa scordare a Gide il ruolo dell’arte, non più fine a se stessa questa volta in ossequio alle correnti dominanti. «L’artista cristiano – confessa Gide – non è colui che dipinge angeli e santi o soggetti edificanti; ma colui che mette in pratica le parole del Cristo, e io mi meraviglio che non si sia mai cercato di mettere in luce la verità estetica del Vangelo. Oh, nascere di nuovo. Dimenticare quanto gli altri uomini hanno scritto, dipinto, pensato e quanto si è noi stessi pensato. Nascere a nuovo».